#LARTERESISTE: Muntadas

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#LARTERESISTE

Paesaggi Contemporanei
Antoni Muntadas

 

Muntadas è forse l’artista da cui ho imparato di più. E ho imparato per contrapposizione. Caratterialmente diversi, gli approcci non coincidono: per cui può capitare che al suo agire logico e razionale io contrapponga un fare intuitivo e spontaneo e che rispetto al suo procedere coerente e consequenziale io finisca col saltare qualche passaggio.
Di fatto, processo e metodo di lavoro sono per Antoni aspetti fondamentali e imprescindibili della sua pratica artistica.
Comprendere come organizza il suo lavoro e come procede nella ricerca credo siano le chiavi preferenziali per entrare nell’universo Muntadas, che non è mai stato interessato a creare opere-oggetto, ma piuttosto ad attivare dispositivi e quindi a sollevare domande.
Un procedimento che richiede tempo: Mi considero un artista slow in un mondo che va fast – dirà lui stesso in una recente intervista – non faccio del bicchiere un’opera d’arte, metto piuttosto in atto un processo per capire. Il mio ready made è uno slow ready made.
Per cui, spesso, nelle sue mostre il pubblico è costretto a uscire dalla comfort zoneperché sollecitato a praticare uno sforzo intellettuale e di partecipazione attiva.
Mostre che spesso coincidono con il compimento di un progetto che Muntadas ha sviluppato a partire da un argomento di indagine. Scelta del medium, contenuto, destinazione/contenitore (galleria, museo, luogo di passaggio) sono tutti elementi vincolati e che dipendono gli uni dagli altri, a cui l’artista catalano aggiunge il time specific. Considerare unitamente tutti questi aspetti gli permette di posizionare il lavoro nel corretto contesto.

In galleria in occasione della mostra L’orizzonte rovesciato di Ivan Barlafante

 

Il campo di influenza dei mass media, i meccanismi intrinsechi al potere, le dinamiche legate alla censura e alla manipolazione, le problematiche politiche e sociali, il rapporto tra spazio pubblico e privato sono alcuni dei grandi temi affrontati da Muntadas.
Nel 2005 ha rappresentato la Spagna alla Biennale di Venezia, nel 2011 ha inaugurato al Reina Sofia la grande mostra personale Entre/Between, che poi è andata a Parigi al Jeu de Paume e a Vancouver alla Vancouver Art Gallery.
Ha partecipato alle edizioni VI e X di Documenta, il suo lavoro è stato esposto nei musei di tutto il mondo e numerosi sono i premi internazionali che gli vengono assegnati.


Entre/Between, Reina Sofia, 2011, installation view

 

In galleria a Palazzo Palumbo Fossati, Muntadas ha presentato nel 2013 Protocolli Veneziani I, dove per la prima volta utilizza la parola Protocolli, che diventerà molto importante nel suo percorso successivo.
Nel caso di Venezia, Muntadas si è soffermato su alcuni particolari architettonici basici e banali, attraverso i quali ci racconta però la capacità di sopravvivenza e di adattamento di una città unica al mondo.
Le numerose finestre chiuse, i tubi esterni, le grondaie, i fili della luce, piuttosto che le passerelle per l’acqua alta diventano nella poetica dell’artista elementi fondanti e sostanziali del carattere della città lagunare e della sua facoltà di conformarsi ai tempi moderni.
Sono nata e vissuta a Venezia e mai mi sono abituata alla bellezza della città che offre ogni giorno scorci e attimi di incanto impagabile. Mi ero abituata invece, al punto di non vederle più, a tutte quelle caratteristiche sopraelencate e l’occhio dell’artista me le ha rivelate inaspettatamente.


Antoni Muntadas, Protocolli Veneziani I

 

Di li a poco seguirà Asian Protocols: un progetto ampio e ambizioso, dove metterà a confronto i tre colossi asiatici, Cina, Giappone e Corea del Sud, – con altrettante esposizioni nelle più importanti istituzioni di ciascun paese – attraverso l’analisi di quell’insieme di norme e regole che influenzano sia i rituali privati delle persone che il loro comportamento pubblico: i Protocolli appunto.


Antoni Muntadas, Asian Protocols

 

E per finire un cenno all’ultima bellissima installazione che Antoni ha realizzato ad ARCO Madrid, per lo stand di El Paìs: un lavoro che indaga l’uso e l’abuso delle parole, attraverso il rafforzamento di alcune a scapito della perdita di peso di altre, in particolare quelle a cui la nostra generazione è abituata a dare grande significato.
È così che su grandi pareti a leporello leggiamo democrazia, responsabilità, politica, dibattito e le vediamo perdere via via consistenza e importanza, mentre fake newspaura, opinione, retorica diventano più chiare e leggibili.

È stata l’ultima cosa stimolante che ho visto prima della reclusione forzata.

 


ARCO Madrid, El Pais Pavilion, 2020