#LARTERESISTE: Francesco Jodice

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#LARTERESISTE

Paesaggi Contemporanei
Francesco Jodice

Con Francesco Jodice abbiamo percorso un bel po’ di strada insieme.
Quando abbiamo cominciato a collaborare nel 2011, lo si poteva considerare ancora un artista emergente; oggi Francesco è passato di categoria ed è uno di quegli artisti a cui la nuova generazione guarda con molto interesse.
Una transizione che abbiamo fatto insieme e di cui sono stata un’entusiasta testimone.

Le tappe sono state numerose e alcune molto significative. Ma quando l’ho incontrato per la prima volta, Francesco aveva già alle spalle un’esperienza importante e formativa. Era infatti tra i fondatori di Multiplicity, un collettivo, o meglio un’agenzia di ricerca territoriale, formata da architetti, artisti, urbanisti, sociologi e via dicendo, che si proponeva di sviluppare progetti di ricerca in diverse parti del mondo e di indagare “le problematiche sociali che affliggono l’ambiente antropizzato attraverso installazioni, workshop, pubblicazioni”. 
Forse il più importante esito di questo multidisciplinare network è stata la video-installazione Solid Sea, the ghost ship, col quale il gruppo ha testimoniato l’allora più grande tragedia marina avvenuta nel Mediterraneo, dove persero la vita 283 migranti. Lavoro che poi è approdato nel 2002 a Documenta XI, curata da Okwui Enwezor.
Credo che in fondo Jodice non si sia mai veramente affrancato da questa esperienza e che le fondamenta del suo percorso artistico successivo siano state poste proprio in quegli anni.

 


Multiplicity, Solid Sea, the ghost ship, video-installazione, installation view

 

Partito da lì, Francesco ha poi sviluppato una grande capacità di osservare la realtà che lo circonda e della quale è diventato uno straordinario narratore e un lucido testimone. Che lo faccia come un odierno Salgari, ossia confinato e autosegregato tra i muri della sua casa/studio, passando le giornate tra libri, film, fumetti e videogiochi, o viaggiando instancabilmente in varie parti del mondo, forse, poco cambia.

Ed è incredibile come sia anticipatore, a volte, di  questioni che diventeranno futuri argomenti sui nostri quotidiani. È il caso del film documentario Hikikomori, attraverso il quale Jodice ci fa conoscere questo fenomeno di autoreclusione, nato in Giappone ma in seguito ‘esportato’ in altre parti del mondo e che ha toccato anche l’Italia, messo in atto da ragazzi che rifiutano di rapportarsi con una realtà esterna che a loro non piace e che li spaventa.
Fin troppo facile commentare il fatto che tutti, in questo momento, stiamo sperimentando cosa significhi vivere nella condizione degli Hikikomori, anche se non per libera scelta.

 


Francesco Jodice, still dal film Hikikomori, 22′, 2004

 

Nel 2016, CAMERA, Centro italiano per la fotografia di Torino, ha dedicato a Jodice una grande personale dal titolo Panorama, che è poi approdata al FotoMuseum di Winterthur.
Viste le peculiarità dello spazio del museo torinese, e grazie a un assiduo e proficuo confronto con l’amico curatore Francesco Zanot, Jodice ha impostato la mostra seguendo una prospettiva molto particolare.
Parte della mostra si sviluppava, infatti, lungo un corridoio occupato da un bellissimo tavolo progettato per l’occasione dall’architetto Roberto Murgia, largo 50 cm e lungo quasi 50 metri dove era esposto gran parte del materiale da cui Jodice aveva attinto negli anni per la sua produzione artistica. Di conseguenza, sul tavolo erano accessibili, per consultazione, libri dagli argomenti più disparati, fumetti, prove di stampa, dispositivi per ascoltare brani musicali e per guardare video e parti di film: “Questa era l’idea fondamentale: una mostra dove l’opera d’arte, lo studio, il processo e il metodo fossero equivalenti.”
Jodice ha calcolato che per visitare in maniera esaustiva la mostra fossero necessarie ventiquattr’ore.

 


Francesco Jodice, Panorama, CAMERA Torino, installation view

 

La biografia dell’artista napoletano annovera la partecipazione, tra le altre, alla Biennale di Venezia, alla Biennale di Sao Paulo, alla Triennale dell’ICP di New York e a esposizioni alla Tate Modern, al Castello di Rivoli e al Prado.
Tra i suoi progetti principali ci sono l’atlante fotografico What We Want, l’archivio di pedinamenti urbani Secret Traces e la trilogia di film sulle nuove forme di urbanesimo Citytellers. Nel 2018 il festival Fotografia Europea gli commissiona il film Rivoluzioni e A great disturbance in the palace, una video installazione in tre schermi sincronizzati, è l’opera esposta nella grande mostra Pompei e Santorini alle scuderie del Quirinale nel 2019.

E oggi? Siamo in attesa di poter dare alla luce il grande progetto WEST. Fears and forecasts after the West, a cui Jodice sta da tempo lavorando e che anticipiamo citando le parole di Zanot: “Un viaggio ai confini dell’eroica saga del liberalismo, un progetto per leggere e capire il lungo secolo Americano, uno sguardo attraverso l’era post fordista e post Western.”
Una piattaforma di osservazione sul grande ultimo impero occidentale e di cui Tosetti Value a Torino sta dando, proprio in questo periodo, un assaggio con una piccola ma molto curata esposizione dal titolo Prospettive.
Speriamo di poterla presto tutti visitare!

 


Francesco Jodice, Sunset Boulevard, Miss Atomic Bomb, Nevada, #011, 2014