Ryts Monet. Forse vincerai di Pietro Gaglianò

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“Forse vincerai” è un’ipotesi o un augurio, o anche una sardonica professione di dubbio che relativizza ogni certezza rispetto agli umani successi. In forma di cartiglio spunta dalle briciole di un biscotto della fortuna di un ristorante cinese e per Ryts Monet innesca un confronto dialettico con le ossessioni della cultura contemporanea: la memoria, l’identità, la forma visibile delle cose e le ambiguità che ne nascono. Una delle contraddizioni più irrisolte delle civiltà riguarda l’investimento di senso nelle immagini: una iconofilia che talora degenera in fanatismo e che con l’avvento della riproducibilità tecnica ha originato una crisi rispetto alla determinazione della realtà effettiva. È l’ossessione del visibile, è l’equivoca fiducia nella rappresentazione del sé collettivo e individuale che si fonda sulla fragilità di un riconoscimento automatico e acritico in simboli ridotti a feticci, in figure degradate a semplice apparenza, e riguarda tanto la Storia del mondo quanto le storie personali. In questa prospettiva “la costruzione e la demolizione dei monumenti”, come scrive Gerard Raunig, “sono parte di uno stesso gioco”¹, rispettano la presunzione che la registrazione di un’immagine o la sua distruzione siano il punto supremo della certificazione dell’identità. Per questo motivo in alcuni luoghi i monumenti vengono fatti saltare in aria e altrove vengono replicati, riprodotti, imitati, come avviene per le effigi degli uomini politici e, su un’altra scale, per i ritratti dei protagonisti della nostra geografia sentimentale. Vanamente, nell’uno e nell’altro caso.

Ryts Monet si è concentrato in vari modi su questo tema nel corso della sua ricerca, isolando ogni volta fattori controversi del rapporto che l’uomo contemporaneo intreccia con il vasto panorama della produzione di immagini, delle iconografie del potere, dei miti dell’identità e della realizzazione personale sollecitati dal sistema consumista. Un altro dozzinale oracolo cinese (“You are going to find recognition”) diventa così la chiave per interpretare il rapporto tra una vecchia cartolina di Roma, con le tre colonne superstiti del Tempio dei Dioscuri, e la banconota da cinque dollari dove appare il Lincoln Memorial del 1922 a Washington, con le sue colonne che sono la citazione di una malintesa citazione neoclassica del mondo antico. L’artista descrive senza moralismi l’irrevocabile vocazione dell’umanità a contraffare i simboli, a distruggerli, a crearne di nuovi, e la sua disinvoltura nello scambiare la realtà con la sua rappresentazione. Tutto questo avviene con le dinamiche del consumo accelerato, in uno scenario dove il vecchio e il nuovo, l’autentico e i suoi scimmiottamenti giacciono nello stesso paesaggio di rovine avvolte in un moto continuo.

La serie Miracolo da 50 punti (presentato qui per la prima volta) di cui fa parte l’opera appena descritta (assieme ad altre tra cui Maybe you will win) è solo l’ultimo progetto dedicato al senso dell’umanità per i monumenti. All’origine si trova Sisters, del 2014, una serie di ottantotto immagini di copie della Statua della Libertà riprese in altrettanti luoghi (in mostra ne vengono presentate 22, tra cui anche quella della statua che si trova a Parigi, originaria, anche se non originale rispetto al colosso newyorchese). L’opera “sintetizza l’indifferenza in cui cade l’icona, in questo caso la controversa paladina delle libertà democratiche, spogliata di senso, dilatata e contratta come una serigrafia pop”², e traslata a ornare giardini privati, periferie anonime e centri commerciali.

Al centro ideale di questa attenzione si trova Lamassu, emblema del conflitto tra  la furia iconoclasta dell’estremismo, che produce rovine di rovine, e la moltiplicazione del feticismo occidentale nei loro confronti. Lamassu è il nome di una divinità assira, un demone alato dal corpo di leone e dalla testa umana che spesso sovrintendeva benevolo gli ingressi dei palazzi e dei templi. Nel 2014 il millenario Lamassu della città di Nimrud in Iraq ha condiviso la sorte di distruzione di altre vestigia della civiltà mesopotamica, devastate dall’ISIS. Il frammento delle due zampe anteriori, è stato rilevato con una scansione 3D³. Le zampe artigliate di Lamassu, sono ora una malinconica “scultura dell’immagine di una scultura” che racconta il fatale ciclo di ascesa e caduta, di gloria e dissipazione di ogni cosa umana. E aggiunge un po’ di sconforto rispetto al progresso della civiltà e un po’ di cinismo riguardo all’ottimismo acefalo cui si ispira la tecnologia.

Quasi disposto ortogonalmente rispetto a questo percorso sui monumenti e la memoria si trova un’altra interpretazione delle contraddizioni del mondo. RIOT:, un’iscrizione in lettere dorate  sulla vetrina dello spazio espositivo, racconta in sintesi un articolo di fisica sulla formazione dell’oro sul nostro pianeta. Il fatto che il simbolo dei conflitti e della protervia sia una presenza aliena, e la polisemia di ‘riot’ (disordine, protesta, sommossa), si connettono idealmente al video The Battle of Bijlmer (visibile solo la sera dell’inaugurazione). Una telecamera a circuito chiuso ha ripreso una competizione di freestyle-rap, organizzato tramite un bando aperto ai rapper del quartiere di Bijlmer, Amsterdam, dove convivono abitanti di 130 diverse nazionalità e solo il 30% è olandese. L’unico vincolo imposto ai partecipanti era quello di utilizzare ciascuno la propria lingua nativa durante la competizione: una nuova Torre di Babele che dai suburbi europei si congiunge ai panorami biblici della Mesopotamia, con l’origine della divisione degli uomini in una reciproca incomprensione.

Si torna dunque in Iraq, sulla linea di altre mitologie, e l’intera umanità appare alla fine indifesa al cospetto di se stessa, schiacciata dall’induzione di desideri e comportamenti in una diffusa atmosfera di sopraffazione, di violenza, di finzioni contrabbandate come realtà.

 

Per leggere la versione originale: http://www.drosteeffectmag.com/maybe-will-win-pietro-gagliano-ryts-monet/

 

¹ Gerald Raunig, Kunst und Revolution. Künstlerischer Aktivismus im langen 20. Jahrhundert, Vienna 2005 [ed. cons. Art and Revolution. Transversal Activism in the Long Twentieth Century, Semiotext(e), Los Angeles 2007, p. 108].

² Pietro Gaglianò, Memento. L’ossessione del visibile / The Obsession with the Visible, Postmedia Books, Milano 2016.

³ La scansione è stata realizzata nell’ambito  del  Virtual Museum of Iraq, un archivio multimediale on-line che raccoglie le principali opere e reperti presenti sul territorio iracheno. L’archivio è stato finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano e realizz ato nei laboratori del Consiglio Nazionale delle Ricerche.


Ivan Barlafante: tutta l’arte è imitazione della natura

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Siamo felici di segnalare la partecipazione di Ivana Barlafante alla mostra Tutta l'arte è imitazione della natura (Seneca). 

Museo Orto Botanico di Roma

16 giugno, ore 16.30

Dal 18 al 23 giugno 2018


Francesco Jodice, II^ Biennale di Yinchuan, a cura di Marco Scotini

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Siamo felici di condividere con voi alcune immagini che arrivano dalla II^ Biennale di Yinchuan, a cura di marco Scotini. 

In mostra, Francesco Jodice con una serie di opere legate al suo film Aral Citytellers.


Speciale Biennali

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Siamo felici di segnalarvi: 

Francesco Jodice 
Second Yinchuan Biennale 
09.06 - 19.09.2018


Francesco Jodice, Aral Citytellers, Kyzylorda, #007, 2008
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Martino Genchi 
Ryts Monet 
6. Moscow International Biennale for Young Art
07.06 - 31.07.2018


Martino Genchi, Comets Buried Underground, 2016


Ryts Monet, Migrant, 2017


16. Mostra Internazionale di Architettura – La Biennale di Venezia: Kateřina Šedá

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L’assenza della vita normale nei centri delle città turisticamente popolari. Questo è il tema del progetto al quale sta lavorando Kateřina Šedá per la 16. Mostra Internazionale di Architettura a Venezia. Il padiglione espositivo ceco-slovacco diventerà la sede fittizia della compagnia UNES-CO la quale si pone come obiettivo: far tornare la vita normale nei centri spopolati delle città storiche.

"Le case nelle quali non vive nessuno. I negozi che non servono a nessuno. Le vie nelle quali la gente non si incontra ma si evita a vicenda. Questa può essere la caratteristica dei posti socialmente esclusi ma anche la caratteristica dei posti più belli al mondo iscritti sulla lista del patrimonio dell’umanità UNESCO. Queste somiglianze e uguaglianze dei posti diametralmente differenti mi hanno ispirato per il progetto che registra dei problemi connessi con l’aumento del turismo", dice Kateřina Šedá. 

La prima città scelta dall’autore, per ‘riscaldarla’ (renderla più accogliente), è diventata Český Krumlov; piccola città con tredici mila abitanti nel sud della Repubblica Ceca. Annualmente la visita più di un milione di visitatori che porta al trasloco graduale dei cittadini fuori dal centro storico. Nelle case dove prima si viveva oggi ci si trovano alberghi, ristoranti o negozi con merce turistiche. Di gente locale nel centro vivono solo alcune persone. Questo è il destino che molti predicono nel futuro non lontano anche a Venezia. 

Il progetto di Kateřina Šedá – compagnia UNES-CO – proverà a invertire questo trend e mostrare le possibili soluzioni. Ad alcune famiglie offrirà non solo l’abitazione per un periodo iniziale ma soprattutto un salario per lo svolgimento della ‘vita normale’ nel centro città. A Venezia nel padiglione ceco-slovacco nascerà la sede di questa iniziativa. Qui sarà possibile dare un’occhiata ai materiali con l’offerta di ‘attività normali’ e la trasmissione diretta dalle vie di Český Krumlov dove si svolgerà la prova del: far tornare la vita normale nelle vie di Český Krumlov. 

Il tentativo dell’artista non consiste solo nell’avvisare dei problemi connessi con l’estremo aumento del turismo ma soprattutto portare alle parti interessate le soluzioni concrete. L’elemento importante del progetto è il visitatore stesso. “il mio obiettivo non è di criticare il turismo ma trovare il modo come fermare lo straniero e farne per un momento un paesano. Io sguardo da uomo a uomo – è la chiave di volta come cambiare la località esclusa in un posto comune” aggiunge Kateřina Šedá.


Eresia (del) Florilegio, Matteo Fato

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 a cura di Umberto Palestini

dal 22 marzo al 06 maggio 2018

Opening: 22 marzo 2018, h. 17.00

CAMBI DI ROTTA

Spazio K

Palazzo Ducale, Urbino

Dopo il grande successo della prima edizione, la Galleria Nazionale delle Marche prosegue nella Grande Cucina dei Sotterranei del Palazzo Ducale di Urbino la programmazione nello SPAZIO K, lo spazio permanente dedicato ad artisti emergenti. La seconda edizione, intitolata “Cambi di rotta”, a cura di Umberto Palestini, inizia con una personale di Matteo Fato: Eresia (del) Florilegio.

Matteo Fato è uno degli autori più interessanti nell'attuale panorama artistico contemporaneo. Egli è un artista in grado di rivitalizzare la prassi della pittura attraverso la capacità di creare spazi 'sensibili' grazie ad un raffinato arazzo compositivo, orchestrato in modo mirabile.
Negli anni, per alcune significative personali, ha realizzato cavalletti di diverse dimensioni, dalle forme rigorose e minimali, quali richiami evidenti della sua personale indagine. Tre di questi cavalletti, insieme ad alcuni dipinti, approdano a Palazzo Ducale per la personale Eresia (del) Florilegio. Il titolo, oltre ad indicare l'ultima opera inedita legata al ciclo dei (busti), esprime la volontà dell'artista di proporre un'antologia di lavori che tornano o arrivano a Urbino, città dove l'autore si è formato.
Installare opere realizzate in tempi e spazi lontani nel grembo da cui tutto è nato, significa accettare la pericolosa sfida di una verifica, far sprigionare significati, energie impreviste, ma anche mostrare possibili incongruenze. Se questo è il rischio del florilegio, la sua eresia, ben venga la sfida, perché l'arte che non contempli la possibilità dell'errore è arte senza vita, banalmente pacificata. I dipinti esposti a Palazzo Ducale sono contornati da cavalletti, e rimandano come un'eco lontana a un'opera cara all'autore: L'artista nel suo studio di Rembrandt. Molto spesso l'arte è un viaggio nel tempo dove il ritorno, però, non diventa semplice approdo, ma slancio per una nuova ripartenza verso rotte non ancora percorse.
La personale proposta dall'autore in uno degli spazi simbolo del Rinascimento, sarà un'installazione site-specific che raccoglierà una serie di lavori storici e inediti in un progetto di grande e suggestivo impatto.


Martino Genchi si aggiudica il Premio Centro Porsche Bologna per Arte Fiera 2018

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Centro Porsche Bologna promuove per Arte Fiera 2018 l’omonimo premio a supporto dell’arte contemporanea e dei valori che sostiene, unendo tradizione e innovazione tecnologica in prodotti di eccellenza, ed è rivolto a tutti gli artisti partecipanti alla fiera “in grado di congiungere, nell’arte come nella meccanica, l’idea dell’eccellenza nel fare e della forma che nasce da un’esigenza interna della funzione”. Per tutti questi motivi è stato scelto come vincitore del Premio Centro Porsche Bologna Martino Genchi, presente ad Arte Fiera con un progetto monografico incluso nel percorso monografico Modernity, all’interno della main section. Lo stand della Galleria Michela Rizzo di Venezia ha presentato una selezione di opere legate alla ricerca dell’artista sulla percezione dello spazio. In particolare, Linger si è rivelata sotto la forma di una serie di sculture, in gesso sintetico, che nascono da fari di automobile, come se fosse la resa concreta del fascio luminoso depositato nell’hic et nunc. Il Premio consiste nella realizzazione di una mostra personale dell’artista vincitore presso Centro Porsche Bologna.


Matthew Attard si aggiudica il PREMIO GRUPPO EUROMOBIL UNDER 30

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Edizione # 12
Bologna, Arte Fiera,
2 - 5 Febbraio 2018

Vincono in due
Barbara De Vivi della Galleria Marcolini e
Matthew Attard della Galleria Michela Rizzo

Premio ex aequo a due artisti, per la 12ma edizione del Premio Gruppo Euromobil under 30. La pittrice Barbara De Vivi (Venezia 1991) con l’opera “Notturno”, presentata dalla Galleria Marcolini, stand B92 hall 25 e Matthew Attard (Malta 1987) con “Untitled (You are a poser!)”, presentato dalla Galleria Michela Rizzo, stand A47 hall 25.

La Giuria (Gaspare, Antonio, Fiorenzo e Giancarlo Lucchetta, titolari di Gruppo Euromobil e collezionisti d’arte; Angela Vettese, direttore di Arte Fiera; Beatrice Buscaroli, critico d’arte; da Aldo Colonetti storico del design e dal designer Cleto Munari. Segretario della Giuria: Roberto Gobbo) ha così motivato la scelta dei Premi: “il dipinto della De Vivi è un grande olio su tela da cui emergono figure, animali, tracce di natura: un mondo denso e ricco di citazioni colte e richiami all’arte del passato ma anche estremamente contemporaneo nel suo mistero, nel suo svelarsi a poco a poco, nel suo silenzio riservato.
Le sculture di Matthew Attard, realizzate con fili di alluminio - attraversano la linea sottile che divide astrazione e figurazione ricomponendo immagini riconoscibili e addirittura, trattandosi di figure femminili, estremamente seducenti.


Il tempo e le opere, a cura di Massimo Melotti | 22.12.2017 – 11.03.2018, Palazzo Lanfranchi, Pisa

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Dal 22 dicembre 2017 all’11 marzo 2018, il Museo della Grafica di Pisa ospita la mostra Il tempo e le opere, a cura di Massimo Melotti e con opere di Roman Opalka, Mariateresa Sartori, Andrea Santarlasci, Fabio Mauri, Giorgio Cugno, Jasmina Metwaly, Federico De Leonardis, Claudio Costa, Francesco Jodice e Gianluca e Massimiliano De Serio. 

Organizzata dal Museo della Grafica (Comune di Pisa e Università di Pisa) con il patrocinio della Regione Toscana e della Scuola Normale Superiore, la mostra intende presentare artisti e tendenze dell’arte contemporanea che hanno approfondito la loro ricerca sul tema del tempo.

La mostra muove dalla ricerca artistica di Roman Opalka (1931-2011), l’artista che più di tutti ha cercato di definire con il suo lavoro il rapporto con il tempo. Nel 1965 ha dato inizio al suo progetto Opalka 1965/1 - ∞. Per tutta la vita ha dipinto una progressione numerica su tele, a cui collega un progetto sull’autoritratto: registra la propria voce che pronuncia il numero appena dipinto e scatta una foto di se stesso alla fine di ogni giorno di lavoro. La sua ricerca sul tema del tempo termina nel 2011 con la sua scomparsa. In mostra saranno presentati Détail - Autoportraits e Détail - Cartes de voyage

Di Mariateresa Sartori (1961) viene presentato il video In Sol Maggiore/In Sol Minore, un lavoro sulla potenza pervasiva del tempo musicale e su quanto questo influenzi non solo i nostri sentimenti ma anche la nostra percezione visiva. Per farlo si avvale di immagini tratte da Heimat di Edgar Reitz, accompagnate alternativamente da brani in Sol Maggiore e in Sol minore di Vivaldi e Mozart. 

Andrea Santarlasci (1964) invita ad una visione evocata dalla memoria, visione spesso giocata in un equilibrio fra emozionalità e concettualità. Il vissuto storico del luogo, diviene materiale espressivo che si palesa nella serie fotografica Eterocronia che apre ad una riflessione sul presente, sul rapporto tra individuo e memoria. 

Il percorso prosegue con il lavoro di Fabio Mauri (1926-2009), indiscusso protagonista della ricerca artistica degli anni Sessanta ed oggi riconosciuto maestro a livello internazionale, di cui verrà esposta una selezione di lavori storici, tra cui Il televisore che piange (1972), opera anticipatrice della sua ricerca sui mass media e sui temi della società della comunicazione. Nei lavori di Mauri la dimensione temporale si sviluppa nell’esplicarsi delle ideologie e della conoscenza antropologica. È un tempo assoluto in cui il tempo relativo dell’uomo del Novecento non può essere che quello segnato dal crollo delle certezze. Mauri si interroga sull’uomo e sulla sua natura alla luce della recente tragica memoria della guerra e delle pratiche ideologiche oppressive. Tra i lavori in mostra Senza tempo (1995), Non ero nuovo (2009), The End (2009) e Schermo: Senza Tempo. 

Di Giorgio Cugno (1979) viene presentato Caucacola, lavoro ideato nel 2014 in Colombia per indagare l’uso delle risorse idriche del Rio Cauca da parte della Coca-Cola e che intende sollevare interrogativi su come il consumismo e la globalizzazione modificano la relazione tra l’ambiente e l’azione dell’uomo. 

Il progetto prosegue sondando il terreno della memoria e dell’evento con Jasmina Metwaly (1982), videomaker, attivista politica, impegnata nel movimento di rinnovamento nei paesi arabi, che realizza video in cui le civiltà occidentale e orientale si confrontano e dialogano. In From Behind the Monument le immagini della rivolta araba del Cairo entrano in dialogo con l’architettura juvarriana del Castello di Rivoli, sede del Museo d’Arte Contemporanea. 

Portatori di memoria sono anche i lavori di Federico De Leonardis (1938) che recupera strumenti di lavoro e reperti naturali o manufatti, elementi del fare umano. Divenuti installazioni liberano forze primarie che ridefiniscono lo spazio facendone emergere la caratura simbolica o esaltandone la specificità. In mostra l’installazione Orizzontale 2 composta da più lavori e pensata specificatamente per la mostra e lo spazio di Palazzo Lanfranchi. 

Claudio Costa (1942-1995) ricostruisce con uno sguardo antropologico un vero e proprio work in regress, percorso verso l’origine attraverso la creazione di opere che rimandano ad antiche e mitiche civiltà. L’artista guarda a un mondo simbolico ricreato attraverso l’uso di immagini, riproduzioni di maschere, cerimoniali, rituali e riti ancestrali. “Ossa” appartenenti a giganteschi animali preistorici o mitici vengono scoperte o prodotte in un intersecarsi di piani linguistici. “Un aratro” primario strumento tecnologico nella storia dell’umanità ci compare nelle sembianze di un’inquietante macchina composta da parti di animali primordiali. 

Sul tempo come dimensione assoluta e simbolica si incentra il video di Francesco Jodice (1967), considerato uno dei più interessanti tra gli artisti che sperimentano nuove soluzioni espressive nel video e nella fotografia. In mostra verrà presentato Atlante. Il video per la propria forza espressiva coglie la dimensione temporale come assoluta, ponendoci di fronte all’imperscrutabilità della definizione della stessa. L’opera ha come elemento fondamentale la scultura di Atlante attorno alla quale l’artista ha mixato immagini tratte dalla prima guerra mondiale, dai bassifondi americani, dalla pubblicità degli anni 50. E mette insieme il discorso di addio di Eisenhower con un personaggio tratto da un film di Carpenter, la rivoluzionaria Angela Davis, il bassista dei Ramones e un cyborg del primo Alien, insieme come un coro, un’analisi critica del sistema i valori dell’Occidente.  

In chiusura, una riflessione sul tempo dell’inconscio con Gianluca e Massimiliano De Serio (1978), che operano sia con il cinema che con installazioni visive, scandagliando il tema dell’altro, dell’identificazione e delle relazioni che il tempo modifica. Nel film Un ritorno, cercando di superare un momento di crisi creativa, si sottopongono ad un esperimento di ipnosi multipla. L’opera punta lo sguardo su quella zona normalmente invisibile che è l'inconscio: “Abbiamo cercato di riflettere sulla nostra crisi artistica e identitaria, e l'unico modo per farlo non era sfuggirla, ma anzi meditare approfonditamente su di essa e sulle sue origini. Per questo era necessario un viaggio nel tempo, in quel tempo apparentemente irraggiungibile, ma in realtà iscritto nella nostra memoria: il momento del concepimento, la nascita”.

Il percorso espositivo è arricchito dal suggestivo dialogo con alcune opere grafiche delle collezioni del Gabinetto Disegni e Stampe dell’Università di Pisa, oggi conservate presso il Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi.


Antonio Rovaldi | OTTELLA for GAM 2017

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Giovedì 14 dicembre 2017, alle ore 16.30, presso la Galleria d'Arte Moderna Achille Forti, saranno presentate le opere vincitrici della II^ edizione del Premio Arte Contemporanea per la Galleria d'Arte Moderna Achille Forti “OTTELLA for GAM”: 

  • Antonio Rovaldi, Notes for a book (Dear Michael,), 2017
  • Julia Bornefeld, Bianco, 2017

Sala della Torre - GAM A. FORTI, Palazzo della Ragione , Verona