Presentazione per la mostra "Tutte
le pause del mondo" di
Mariateresa Sartori
a cura di Riccardo Caldura
Galleria Michela Rizzo - Venezia, 14 luglio - 9 settembre 2006
L’atmosfera, il tono di quest’ultimo video, come di altri di Mariateresa
Sartori, ha qualcosa di analitico che di primo acchito può disorientare.
Il video è scandito in modo lineare e coerente come se si trattasse della
messa insieme di materiali a carattere documentativo. Non vi è alcuna
particolare indulgenza nell’ uso del mezzo, nel senso che è non
vi si trovano manierismi, tecnicismi, né una autoriflessione sulla natura
del mezzo stesso. Il video è appunto un mezzo e, come tale, tende a ‘scomparire’ nell’utilizzo
che ne fa l’autrice. È uno strumento efficace, serve allo scopo,
in modo funzionale. E lo scopo è dar forma e comunicazione, la meno retorica
possibile, a ciò che viene osservato nel ‘campo della vita’ (ricorro
a questa espressione in analogia con una definizione di un dipinto in Jasper
Johns: Field Paiting, 1963-64). Ciò che agisce nel ‘campo della
vita’ è dato dall’interazione affettiva, emozionale. Il video
diventa così una sonda che osserva dall’‘interno’ una
situazione emozionale e la documenta. Dall’interno: intendendo che il campo
di osservazione privilegiato ha a che fare con la vita e anche con la biografia
dell’autrice, ma in maniera tale che sarebbe inutile pretendere di ritrovarvi
elementi meramente soggettivi, personali. Il ‘biografico’ è materiale
trattato analiticamente: la voce del figlio che impara a leggere alla fine del
video Visto da qui. Progetto lettura ostacolata; la silhouette
del padre, e di se stessa, nelle tele di anni addietro, particolari della propria
abitazione, come set di Tutte le pause del mondo o qualche famigliare che compare
fra gli altri protagonisti del medesimo video. Il primo passo forse è stato
proprio questo: osservare in maniera ‘spersonalizzata’ quel che vi è di
personale, assumendo una distanza, quella permessa dallo strumento, negli ultimi
anni soprattutto la videocamera, come se lo strumento permettesse di detergere
lo sguardo dalla opacità del coinvolgimento soggettivo. L’esito
di questa presa di distanza non è in alcun modo da confondere con la freddezza
o con l’indifferenza. Lo sguardo analitico credo tocchi piuttosto il piano
della pietas, che non è da intendere come il ‘risvolto’ positivo
di contro al dissezionamento, così frequentato artisticamente, della sfera
affettiva e del contatto intrapersonale. La pietas è piuttosto il riconoscimento
della condizione umana, lo sfondo che appare essendosi applicati a quel particolare
campo di osservazione costituito primariamente dalla propria e altrui vita. La
pietas mi sembra essere l’esito di una posizione limpidamente laica che
viene vissuta, e dunque restituita sul piano formale, come una intima assunzione
di responsabilità verso gli altri, essendo il cerchio degli ‘altri’ ormai
non più riferibile ad un Altro. E gli altri sono da intendere non solo
come i ‘propri’ – coloro che appartengono alla sfera esistenziale
e affettiva personale – ma come ‘tutti’ gli altri. ‘Tutti
gli altri’ entrano nell’ultimo video, si siedono sul divano nella
abitazione dell’autrice, di fronte alla sua videocamera; si siedono sempre
in coppia, perché è la relazione e l’interazione che interessa
all’autrice; ‘tutti gli altri’ si sondano reciprocamente per
cercare una possibile risposta comune alle domande formulate in un questionario.
Il questionario, predisposto nelle diverse lingue corrispondenti ai paesi di
provenienza degli intervistati, non mira a sondare alcunché di particolarmente
rilevante dal punto di vista statistico; di fatto è una richiesta di informazioni
che non ha come scopo precipuo il raccogliere informazioni. E’ una sorta
di sondaggio di opinione che mira piuttosto a scrutare ‘il modo’ di
esprimersi dell’opinione stessa, cioè le incertezze, o le sicurezze,
di fronte ad una richiesta inusuale, la cui risposta non ammette sfumature, prevedendo
solo le opzioni vero/falso. Come ci si accorderà per rispondere a «Entrando
in casa di amici è antiquato dire ‘permesso’?». Se eventualmente
ci si potrà accordare, o se invece non si dissentirà l’un
dall’altro. E come si esprimeranno l’assenso, il dissenso, la perplessità?
E vi sono differenze da rilevare qualora gli ‘tutti gli altri’ chiamati
davanti alla videocamera, siano di cultura medio-orientale piuttosto che nord-europea,
oppure giapponesi piuttosto che americani? La procedura per predisporre il dialogo
di volta in volta fra due persone delle più diverse provenienze è basata
su una identica sequenza di domande, tradotte nelle varie lingue. Procedura che
sembra avere le caratteristiche di un test di comprensione linguistica, oppure
di un’indagine sociologica sulle differenze di espressione nelle varie
culture: una sorta di indagine su quella sfera extraverbale costituita dallo
strato dei gesti, degli sguardi, o dei silenzi prima di una risposta. In questo
senso non è certo casuale che il mezzo scelto dall’autrice sia il
video, cioè sia una forma visiva, e non sia invece il predisposto questionario,
che nello svolgersi dell’azione viene ripreso di rado, così che
non è facile inizialmente capire cosa susciti il dialogo fra le persone.
Non è il linguaggio l’oggetto principale dell’analisi dell’autrice,
ma l’extraverbale, il gesto, il lieve sfiorarsi delle mani, lo scambio
degli sguardi. Cioè l’autrice colloca su un piano diverso da quello
della lingua la questione, centrale per il logos e per il sapere, del vero/falso.
Si preoccupa di restituire, visivamente, lo strato della complessità che
si mostra quando due persone cercano un accordo, interrogandosi l’un l’altro.
Dunque, considerando il complessivo approccio analitico siamo probabilmente di
fronte ad un repertorio in fieri dei modi non verbali, che sostanziano la comunicazione
intrapersonale. Una sorta di atlante del comportamento in una situazione data,
a cercare delle costanti, che, nello specifico, rivelino, al di là delle
diverse lingue, uno strato più profondo della condizione umana. E della
condizione umana colta in quel momento nel quale due persone cercano una possibile
risposta comune.
Ciò che ha attirato l’attenzione dell’artista – la pausa
della conversazione, che è divisione e ponte, interrogazione e ricerca,
sospensione fra il proseguire della linea conversativa o sua deviazione – evidenzia
bene quale sia il punto di contatto fra le modalità della comunicazione
intrapersonale, il taglio documentaristico-analitico e l’ambito di ricerca
nel quale si colloca Mariateresa Sartori: quello artistico.
Quel che compete all’artistico, nel novero delle discipline e delle pratiche
odierne, è costituito paradossalmente dal suo non risolversi in una specificità.
Cioè quel che intendiamo con pratica artistica è una pratica concettuale
e produttiva dalla difficile definizione. Una pratica nella quale si può ricorrere,
come nel caso della Sartori, ad approcci analitici risolvendoli però in
una ‘forma’ di comunicazione (non saprei descrivere altrimenti il
materiale proposto) così che quella condizione umana che le varie discipline
analiticamente segmentano, possa essere restituita alla sua generalità.
Condizione umana data dal non sapere e dal cercare una reciprocità: questo
sembra evidenziare la sua osservazione del ‘campo della vita’. Credo
che la pausa in cui due persone precipitano per un momento quando si interrogano
senza sapere se l’esito sarà assenso o dissenso, abbia molto a che
fare con la questione della forma, e dunque dell’artistico. Il contatore,
strumento così ‘scientifico’ e asettico, che compare nel video
della Sartori misurando il tempo di durata del silenzio nella conversazione, è accompagnato
dalla evidenziazione dei profili delle due persone che stavano parlando. Ciò che
viene così in primo piano è il conteggio del silenzio, e simultaneamente
la ‘forma’ che questo assume tradotto nella ripresa ravvicinata dei
volti.
Questa mattina ho reinserito nel lettore dvd lo stesso video, lo guardo ancora
una volta. È semplice e diretto: la sequenza dei colloqui si apre con
un’immagine grafica del suono vocale, con il contatore che scorre, poi
seguono i dialoghi, e l’evidenziazione della durata delle pause è sottolineata
dal sovrapporsi del contatore elettronico. In realtà ci si accorge osservando
con più attenzione che il tempo viene misurato in modo preciso quanto
approssimativo: l’oggettività della misurazione si flette assecondando
la particolare condizione del rapporto fra le persone, si flette alla particolare
circostanza del loro reciproco relarsi: la misura della pausa può così dilatarsi,
e la somma finale, (ammesso vi sia una somma finale), è data dalla misurazione
non solo oggettiva, ma anche qualitativa delle diverse pause. Perché non
vi è una standardizzazione possibile del ‘vivere’ la pausa:
si guarda l’altro, si guarda altrove, si guarda il foglio, ma come se non
lo si vedesse. E la misurazione di questo momento perde di ‘oggettività’.
Il tempo si misura, si dilata, si flette quando non c’è azione;
in un passo tratto da un testo particolarmente significativo per l’autrice,
ci si immagina che le pause e i silenzi, sommandosi, riempiano l’intero
arco del giorno. L’insieme delle ventiquattro ore costituirebbe una grande
pausa nella quale non vi sarebbe più azione. Il dilatarsi del tempo, la
sua sospensione, evidenziata formalmente nel video dal vuoto fra i volti, è il
venir meno dell’azione. In questo senso un giorno fatto di sole sospensioni
rappresenta un’immagine molto efficace di quello still frame che a suo
tempo fu, per la pittura, la natura morta. Immagine delle cose, cristallizzata
in un luogo/momento dove niente più accade, dove non vi è azione.
Il video della Sartori si apre con il conteggio numerico della durata delle pause,
pause dell’agire e del conversare, però non si conclude così.
E considerando la fine del filmato, verrebbe da proporre all’autrice una
variazione del titolo, non più solo tutte le pause del mondo, ma anche
tutti i contatti del mondo. Perché la pausa, come rivelano le sequenze
finali del suo lavoro, lascia accadere il contatto; la pausa è sì cesura
ma è anche ponte; amplifica lo spazio fra le persone, ne dilata per un
momento la distanza, le rende vicinissime ed estranee lungo il sentiero di un
risposta da cercare, ma alla fine è in quello spazio sospeso e dilatato
che avviene il contatto, che la mano sfiora colui o colei che ha accanto. E il
video registra, in una condizione simil-sperimentale, la fenomenologia della
relazione fra le persone. Relazione di reciprocità, il contatto è avvenuto,
la sospensione non ha solo annullato per un momento il rapporto fra le persone,
l’ha nuovamente reso possibile. Le immagini di un Lui e di una Lei, che
caratterizzavano la ricerca pittorica della Sartori negli anni ’90, ritrovano,
nel video (mezzo che sottolinea l’intima coerenza della sua opzione mediale
degli ultimi anni) quel contatto che – di un lui e di una lei, e di tutti
gli altri – ‘anima’ la reciprocità.
Entrando in casa di amici è antiquato dire «permesso»?
Riccardo Caldura, giugno 2006
torna alla presentazione <–
|