Banchi di nuvole sparse
Note su alcuni recenti lavori di Guido Sartorelli
Molti sono i contributi sull’opera di Guido Sartorelli dall’inizio
del suo cammino, agli albori degli anni sessanta – da ultimo l’approfondito
saggio di Massimo Donà 1 – e non è questo il luogo per
ripercorrerlo.
Preme, piuttosto, sottolineare alcuni elementi, rintracciare dei cosiddetti
fili rossi, che percorrono tutta la sua opera e che trovano nei recenti lavori
un’intelligente conferma.
È
riscontrabile un momento iniziale della sua attuale ricerca alla fine degli
anni sessanta, nei pressi del 1968, quando inizia a occuparsi del rapporto
arte e società. Un interesse 2, una pratica di natura filosofica, che
continua nel corso del tempo, sino a oggi come dimostrano i lavori qui esposti.
"Già nel 1968 Guido Sartorelli riteneva rilevante‚ la presenza
di una componente artistica nella pratica della vita. Ai suoi occhi, infatti,
solo la pratica artistica sarebbe stata in grado di salvaguardare lo spirito
dell’uomo a conservargli la speranza un giorno di conservare la sua piena
libertà."
L’artista è anticipatore, vedetta delle problematiche che saranno
poi della società civile, basti in tal senso pensare al ruolo della
Land Art in rapporto all’ecologia o alle profezie di Öyvind Fahlström
in tema di guerre del petrolio. L’artista ha spesso la lungimiranza,
la capacità straordinaria di vedere oltre, di cogliere al di là delle
strette contingenze poltiche, costrette dalle maglie di una quotidianità soffocante.
A partire dalla metà dei settanta, inoltre, Sartorelli si impegna nell’analisi
e nell’interpretazione dell’ambiente urbano, analisi di cui è ancora
traccia nei lavori recenti in cui la città è spesso teatro di
posa e non solo.
Mirror è il titolo della recente serie di lavori qui proposti. Lo specchio è un
oggetto magico per eccellenza: cattura l’immagine, la filtra, ce la riporta.
Ci impone la scoperta della nostra effige. Ma in tutto questo è la totale
evanescenza, la precarietà in un processo continuo di apparizione e
sparizione. Si tratta di piccoli set con all’interno uno dei protagonisti
assoluti del nostro vivere, la televisione, croce delizia dell‚ uomo
contemporaneo.
Sono immagini in bassa definizione, annegata nei pixel che emulano la televisione,
contenitore neutro. Hardware che contiene tutto e il contrario di tutto. Con
la pesantezza che all’hardware si conviene. La verità delle immagini è cancellata
da un filtro continuo.
Come cantava Giorgio Gaber ne La strana famiglia quello che conta è l’audience
più alto con la triste logica da asso nella manica, si specula, si piange,
si ride, si mente, si provoca senza posa pur di accaparrarsi i clienti. Una
logica degna della peggiore pubblicità, ma che è del nostro tempo
in cui tutto pare avvenire nel teatrino della tv: dalla politica all’amore
dal pubblico al privato.
"D’altronde ancora nel 1978, egli riteneva che l’artista dovesse
smontare i sistemi di comunicazione pubblicitari e televisivi svelandone il
meccanismo-prima che quest‚ultimo ci faccia prigionieri" 3.
Le immagini sono volutamente confuse, non c’è nitore, se non in
Babel. Dove una torre di libri regge appunto l’oggetto televisivo in
serrato dialogo con un altro oggetto televisivo: uno si specchia nell’altro,
si parlano. Sartorelli crea dei set. Una televisione in La torre di Babele è posata
su una pila di scatole da fotografie.
Sono lavori sulla comunicazione, sul linguaggio. In Narcissus è il tema
del doppio, della specularità
Metropolis propone un’atmosfera futuribile, il richiamo è a Fritz
Lang, certo. Il televisore è immerso nei fili, che lo avvolgono come
spire diaboliche. Un lavoro drammatico. Il concetto di progresso non è sempre
da leggersi in senso positivo.
Ogni evoluzione comporta anche un’involuzione, così Claudio Costa
all’inizio degli anni settanta.
Nessuna retorica, nessuna enfasi nei toni di Sartorelli, piuttosto la presa,
un po’ sconsolata, di coscienza nei confronti di ciò che accade.
Anche qui è il doppio. È la televisione a essere il doppio della
nostra esistenza. Sin troppo scontato è il riferimento a Guy Debord
e al suo La società dello spettacolo. Tutto ciò che era direttamente
vissuto si è allontanato in una rappresentazione.
Lo schermo rende uguale e diversa, al tempo stesso, la vita.
Già a partire dagli anni settanta Sartorelli più raziocinante
che cardiaco, per usare le sue stesse parole, ha sostenuto il ruolo dell‚artista
critico. E anche questi lavori presentano un confronto di linguaggi: quello
verbale e quello connotativo dell‚immagine: un intercodice.
Nella recente produzione di Sartorelli è anche un‚altra serie
di lavori fotografici che saranno presenti in mostra, in cui la riflessione
va a temi molti vicini a quelli di Mirror, anche se con espressioni diverse.
In Non è più necessario dire dove il riferimento è alla
globalizzazione. Non ha più senso dire dove ci troviamo. Le cose sono
uguali da tutte le parti. Con internet, con i satelliti le distanze si sono
fatte piccole piccole e incolmabili al tempo stesso. Foreste e palme, nord
e sud sono uguali, il gap sta da un’altra parte. È una frattura
etica, spirituale.
Non è una lode al bel tempo passato Ottocento, piuttosto una presa d’atto
di un mondo definitivamente tramontato che è finito probabilmente negli
anni cinquanta del XX secolo, quando tutto ha assunto una piega diversa. Come
se il mondo si fosse messo a correre.
Un riferimento al passato è anche in Uccidiamo il chiaro di luna di
rimando futurista, è la mostruosità del presente, del tentativo
di sbarazzarsi di tutto quanto non riesce a trovare un’immediata finalità utilitariustica.
Un presente dove tuttavia prendono sempre più piede i diversi razzismi,
le forme più assurde di intolleranza etnica e religiosa nella triste
contraddizione della mondializzazione.
Il tono in Siamo i sovrani del mondo senza di noi nessuno può cucinare è ironico.
Presa di coscienza dell’egocentrismo di cui tutti siamo permeati. È la
magniloquenza della vacuità, dell’inutilità di certe parole,
di certi discorsi. Qui è la convivenza di parole e immagini, una dualità presente
in buona parte della sua ricerca, nel tentativo di creare un rapporto mai ancillare.
Si va verso il nulla
La Storia è colta davanti e dietro e la colonna costituisce una sorta
di ingranaggio. Si va e si viene, si appare e si scompare in una danza che
per certi versi potrebbe apparire persino macabra. L’alternanza dell’esserci
e del non esserci, della fama e dell’oblio. Così per tutti i grandi
della storia, di cui Giulio Cesare, rappresentato, è solo l’esempio
più immediato.
Un altro riferimento alla storia è in Settecento, il secolo dei lumi,
dei sogni e degli incubi della ragione, così Starobinski, di Mozart,
della Massoneria, delle grandi utopie, in cui convivono elementi in aperto
contrasto tra loro proprio come nel nostro tempo, in cui tutto è più macroscopico.
Il tema dell’architettura, della città è spesso presente
nel suo lavoro. Affascinato dalla forma della città, dalle sue linee
costitutive. È il bisogno di vedere e rivedere le diverse situazioni.
Così da riuscire finalmente a vedere il tempo, a dargli una forma. È il
passaggio, il mutamento,. La tensione verso l’oltre, che, tuttavia, è ignoto, è la
terra dell’incertezza. Vi sono un senso profondo del trascorrere del
tempo, del passaggio, del mutamento, della precarietà di tutto quanto
ci è dato. Come se la tensione verso la libertà, che è in
tutta la ricerca di Sartorelli si fosse messa per un attimo in pausa. Circondata
dal troppo di un tempo che ci soffoca con le immagini, le informazioni, la ‘stracomunicazione’ troppo
spesso orientata a un effettivo nulla.
È
il volto dell’Occidente che qui è costituito da una base di colonna,
la civiltà su cui sono molte nubi sparse: luogo e tempo del dubbio in
cui è opportuno che l’artista riesca ancora a parlare.
Angela Madesani
Milano,
gennaio 2007
1 Massimo Donà, Dell’arte in una certa direzione. Appunti
su Guido Sartorelli, Arte Supernova, Venezia, 2006.
2 A partire da quel momento Sartorelli utilizza
solo il bianco e nero che si tratti di tempera industriale, video o fotografia.
3 Massimo Donà, op.cit., 2006.
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