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silvvano rubino    
     
Galleria Michela Rizzo alias ozziR alehciM airellaG

di Milovan Farronato

Presentazione per la mostra "In scala perfetta" di Silvano Rubino
a cura di Camilla Seibezzi
testi critici di Milovan Farronato e Camilla Seibezzi
Galleria Michela Rizzo - Venezia, marzo-aprile 2006


Il titolo della mostra, In Scala Perfetta, sintesi e premessa di un intervento che include installazione ambientale, videoproiezione, scultura e accompagnamento sonoro, è il primo dichiarato indizio che l’artista ci concede, l’iniziale chiave di lettura offerta per decifrare una serie intricata di immagini speculari disseminate lungo il percorso espositivo. L’oggetto di rappresentazione è la galleria stessa che Silvano Rubino tautologicamente replica una prima volta in scala 1:20 e una seconda volta in scala 1:1.
L’attivazione dello spazio, ciò che per brevità chiamiamo installazione, deriva da un lato dalla maturata consapevolezza a partire dagli anni Settanta della relazione tra individuo e ambiente e dall’altro dal costante interesse verso l’interazione tra opera e pubblico. Nella Galleria Michela Rizzo è in mostra il modello fedele, “in scala perfetta”, della galleria stessa. Due sono stati gli interventi dell’artista sull’originale: rivestire i muri perimetrali esterni della maquette con pareti specchianti e inserire un’ulteriore superficie riflettente in coincidenza della parete interna frontale al punto di vista dell’osservatore. Queste aggiunte portano a due sostanziali conseguenze: in primo luogo l’interno dello spazio espositivo si riflette nell’esterno del modello e secondariamente l’osservatore si specchia all’interno della riduzione tridimensionale che Rubino ci offre. L’opera quindi non solo è una miniatura fedele, ma contiene in sé sia l’originale (in esso riflesso), che lo spettatore in grado quindi di “attivare” tanto lo spazio della realtà quanto quello della sua rappresentazione. È in questa coincidenza che l’artista porta a compimento la presunta “perfezione” dichiarata nel titolo? Lo spazio mentale dell’opera non solo contiene colui che guarda ma continua in quest’ultimo rimandandogli ogni interrogativo in esso sotteso. Il gioco di specchi dilata il problema ed estende l’interpretazione del lavoro. L’opera diviene una sorta di catalizzatore che genera processi di relazione. Il luogo dell’arte impersona se stesso, truccato come un attore protagonista che interpreta il suo ruolo ponendo una serie aperta di domande, le stesse che si pongono l’artista e il suo pubblico: in quale ambiente viviamo? Qual è il confine tra ricordo e immagine? Che rapporto c’è tra la trasformazione del ricordo e il mutare proprio delle cose nel tempo? Tra l’originale e la sua copia, tra la realtà e la sua rappresentazione? Il tutto viene infatti ulteriormente complicato quando, entrando nella casa di Michela Rizzo – usuale prolungamento dello spazio espositivo –, troviamo incastonata nel salotto la “replicazione” fedele della Galleria, questa volta in scala 1:1. Lo spazio è convincente, percorribile lungo le pareti perimetrali che delimitano un interno vuoto; la riproduzione è posta diagonalmente rispetto l’asse longitudinale della stanza e quindi la facciata, con le sue vetrate d’ingresso, non immediatamente visibile. Per quanto le dimensioni siano combacianti, la struttura appare comunque meno credibile, veritiera, verosimile del precedente modello, forse perché decontestualizzata, forse perché non immediatamente riconoscibile. Ma una nuova serie di domande si impone: quale dei due lavori è in “scala perfetta”? Quale in grado di riprodurre il dato nella sua sostanzialità? E qual è la proporzione tra i due “modelli”?
A introdurre il primo un accompagnamento sonoro in cui una voce echeggia una serie di parole chiave, le stesse che, scritte e subito dopo cancellate su una lavagna, costituiscono l’azione ripresa nel video che vale da preambolo al secondo ambiente. “Trasferimento”, “dentro”, “fuori”, “spazio”, “appendice”, “contenimento”, “diverso”, “uguale”, “passaggio”, “scala”, “attraversamento”, “movimento” sono incipit dichiarati e chiavi di lettura che l’artista ci offre. Si tratta di un elenco di sinonimi in grado di segnalare significative varianti al tema; o di termini in posizione antitetica e paradossale. Si potrebbe tentare di combinare i sostantivi per trovare la “scala perfetta”, o la proporzione perfetta, o forse l’equazione perfetta, ma si inciamperebbe probabilmente in una miriade di ipotesi fallimentari, forse perché non ci sono soluzione e neppure enigmi, ma solo la constatazione di essere stati abilmente tratti in inganno. O forse ciò che resta sono una serie di domande da porre all’oggetto/soggetto dell’intervento di Rubino e quindi a Michela Rizzo: credi che dirigere uno spazio d’arte sia un modo per riempire qualcosa di inesistente e quindi moltiplicare un vuoto? Qual è il confine e la soglia della tua galleria? Come si pone rispetto alla realtà circostante? E rispetto al tuo “privato”? Dopo due anni d’attività e una serie di mostre in attivo, una volta raggiunti gli obbiettivi prefissati credi che la Galleria Michela Rizzo diventerà qualcos’altro?

Milano, maggio 2006

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