The Final
Garden - Il Giardino Finale
L'opera di Cecilia Paredes che si articola in fotografie e installazioni
scaturisce da performance che l'artista stessa mette in scena creando
una fusione del proprio essere con il paesaggio che plasma.
L'artista ritorna, attraverso il proprio corpo, ad un originario rapporto
con la natura, in cui ciascun essere vivente non è isolato
dal contesto ma anzi gli dà vita cambiando le proprie fattezze
e manifestando un inscindibile legame tra il femminile e la diversità degli
esseri viventi.
La Paredes vuole costruire la propria identificazione
con ciò che
la circonda per sentirsi in unione con tutto quello che è visibile
e con tutto quello che non è visibile.
Trasmette nelle sue opere una nostalgia primordiale in cui la
natura rimanda alla memoria della parte divina dell'umano.
Cecilia desidera essere veicolo di testimonianza di un ecosistema
che sta scomparendo, registrando frammenti di memoria personale
e sociale.
Le composizioni performatiche e fotografiche seguono
le orme di due elementi fondamentali della composizione e della
poetica dell'artista: la natura e la donna. La natura e il femminile
vengono effigiate, nella propria sostanza, allo stato selvaggio.
La parte selvaggia della figura femminile è esortata da
ciò che
la circonda a recuperare la sua vera costituzione, mettendola
in connessione con i suoi territori spirituali che oltremodo sono
stati seppelliti dalle macerie della paura e dalla persecuzione,
quelle dell'ipocrisia culturale: "Nel
tempo, abbiamo visto saccheggiare, respingere, sovraccaricare la
natura istintiva della donna. Per lunghi periodi è stata
devastata, come la fauna e i territori selvaggi… …I
territori spirituali della Donna Selvaggia,nel corso della storia,sono
stati saccheggiati e bruciati, le caverne sono state distrutte
i cicli naturali costretti a diventare ritmi innaturali per compiacere
gli altri". (Clarissa Pinkola Estés, Donne
che Corrono coi Lupi, Edizione Frassinelli,1993).
Attraverso
questo atto creativo l'artista mette in relazione chi osserva
l'opera, creando un dialogo invisibile ma toccante quasi fosse
una vibrazione sottile, ma profonda, con il luogo arcaico della
sua anima. La
Paredes estende il suo idioma quando si inoltra nella foresta
onirica, in cui, le vite parallele di due realtà, quella
oggettiva e quella del sogno, si congiungono. Così il sogno
diviene anch'esso reale, abbattendo i confini che l'umano tende
a porsi. Ella, l'artista, è l'artefice di ciò che
la circonda, qualsiasi sia la realtà, trasforma quello che
vede nella completa coscienza che ciò che la accoglie è un'estensione
di sé. "Quando dormo, alcuni sogni mi disturbano, e
improvvisamente mi accorgo che sto sognando. Allora mi dico: questo è un
sogno, un esercizio della mia volontà e dato che i miei
poteri sono illimitati, ora sognerò una tigre". (Jorge
Luis Borges, The Maker)
In mostra sono esposti due gruppi di
opere fotografiche/performatiche con tratti comuni: il titolo
del primo è In the skin of others (Nella pelle
degli altri); il titolo del secondo, parte di una trilogia, è Skin
Deep Landscape (Paesaggio epidermico). In quest'ultimo, l'artista
prende la sembianza del paesaggio che la circonda. Tutte le opere
hanno come sfondo un paesaggio floreale, che richiama alla memoria
le atmosfere magrittiane in cui il silenzio suscita un'atmosfera
rarefatta, di non tempo e non luogo e in cui l'anima delle cose
incontra se stessa. In questo contesto la figura femminile nell'opera
diventa camaleontica, essa stessa si fa flora e fauna pur mantenendo
la propria specificità.
Nell'ultima opera di questa serie Natura
Urbana, la Paredes
vuole comunicare una presa di coscienza nata da una riflessione
che le accadde di fare in Giappone guardando un nido di uccelli:
l'artista rimase colpita dal fatto che il nido era stato composto
con fili di plastica, perché in quella città non
c'erano più alberi. Infatti, lo sfondo dell'opera, apparentemente
vegetale, è completamente innaturale sia nei tratti che
nei colori: dal più pallido al più acceso rosa carne;
così come il rosso è quello del sangue che fluisce
snodandosi nei rami che si estendono fin dentro il corpo dell'artista,
in cui fioriscono foglie di vari dimensioni e forme. Tutta la sostanza
del suo corpo è impregnata da ciò che la circonda
e a malapena se ne distingue la testa immobile testimone di ciò che
sta accadendo.
Cecilia Paredes con quest'opera da forma ad un'altro
reale, lo ridisegna sia per necessità che per desiderio
profondo di seguire il richiamo di una libertà, la libertà di
riconoscersi senza confini, ricreando una realtà che la
rappresenti integralmente.
Rosetta Gozzini,
2008
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