Effetti Collaterali
La
grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza
con cui egli resta alla ricerca.
Martin Heidegger
Che cos’è l’arte non lo so dire, ma che cos’è un’opera
d’arte sì. È un luogo d’identità.
Fabio Mauri
Ci sono meccanismi artistici che producono una decodificazione
della costruzione drammatica che si srotola nel tempo, nella
manipolazione d’informazioni,
linguaggi, codici, possibili mutazioni e possibili politiche. Ci sono meccanismi
artistici che esplorano le strategie attraverso una loro propria strategia.
Ci sono alcuni artisti che tutto questo lo sanno fare, pochi artisti che
lo possono imporre. Fabio Mauri ha sempre compresso in se stesso tutti questi
elementi in uno spazio mentale e fisico potente, movimentato e infinito.
In lui coincidono estraneità e presenza, la ricerca dell’uomo,
il tentativo di sviscerarne parte buona e cattiva, il sentirsi inadeguato
rispetto alla storia, rigidamente analitico e straordinariamente presente
a se stesso, con testa, cuore, pancia.
Fabio Mauri ha sempre lavorato ad una
sola cosa: la comprensione linguistica del mondo. I suoi oggetti, le sue
azioni, performance, installazioni, sono nella direzione della tensione
combinata, a volte eterogenea e in corto circuito, per rendere la complessità della
società e
del pensiero. Riallacciandosi alle istanze futuriste e Fluxus la sua opera
sta nella dimensione sospesa tra Arte e Vita, una dimensione in cui pensiero,
luce, parola sono materia concreta, pesante, reale.
Il fare artistico di Fabio Mauri sottende un’ambiguità di fondo
con la quale si produce uno scarto di significato costante e necessario in
tutte le plurali forme in cui la sua arte si esplicita. Le sue scritte dicono
tanto quanto le immagini producendo inizialmente un doppio binario d’interpretazione
che si riassume però in un solo significato, una sola critica, una sola
analisi ideologica. Ciò che traspare è un sarcasmo raggelante,
un’assunzione di responsabilità costante e necessaria, uno stare
in bilico sulla parafrasi delle situazioni e sulle contrapposizioni di ricostruzioni
volutamente impersonali, ma straordinariamente interpretate. L’opera
di Mauri indaga la storia – gli ‘ismi’, soprattutto quelli
da lui personalmente vissuti quali Nazismo e Fascismo – il suo essersi
svolta attraverso la formazione del consenso, le masse e la conformazione
subita dagli uomini, i saggi ginnici e gli esercizi spirituali, gli sbandieramenti
e i monologhi, i disordini e le coreografie, gli slogan urlati o seducenti
e gli infidi meccanismi subliminali.
L’ideologia di cui è permeata tutta l’arte di Fabio Mauri
ha una sua propria ‘cosalità’ come la proiezione che invadendo
una fotografia, una bilancia, un libro o un vestito si fa sostanza e della
quale lo stesso oggetto invaso prende l’essenza. La proiezione percorre
tutto il lavoro di questo artista, fin dagli anni Cinquanta con gli Schermi
che alludono alla civiltà che si va definendo, quella che ha germinato
il nostro modo di essere, ormai ‘necessario’, legato ai media,
alla televisione, alla pubblicità. La ‘luce solidificata’ di
deperiniana memoria s’innesta nella poetica di Mauri che prevede ogni
movimento di sensazioni, onde, particelle come fossero un oggetto reale che
in quanto tale è anche parte dello spirito, della cultura, delle
infinite circolazioni di cose nel mondo.
Nelle sale della galleria Michela
Rizzo il proiettore posto di fronte al Wunderkammer costituito da oggetti
e vecchie immagini fotografiche degli anni Trenta spara la sua luce imprimendo
una decifrazione d’uso che rende la camera delle
meraviglie un universo in movimento in cui lo scambio tra soggetto e oggetto
fluisce continuo creando una «soggettività oggettiva di cui l’arte è la
cifra» (F. M.). I casi del mondo e la signora Matisse (1988) è un’opera
storica, contenitore regolato sulla temperatura di una globalità simbolica,
di altri universi linguistici, di spostamenti spaziali e temporali, di contrapposizioni
di rarefatte ricostruzioni e personali collegamenti.
Le librerie, riempite di una selezione di libri futuristi scelti dall’artista
e da divise appese sui colti di legno appartenenti alla stessa epoca, sono
portatrici di pensieri e i messaggi tautologicamente connaturati negli oggetti
stessi sono contenuti tangibili, sia che appaiano stampati tra le pagine o
che galleggino invisibili sulle trame di canapa degli abiti. I tappeti con
le lettere scavate fino a raggiungere la parte opposta, o i muri con grafie
tatuate sulla superficie d’intonaco, si fanno linguaggio e veicoli di
comunicazione. Lo zerbino insolubile (2008) è un tappeto che porta incisa
al suo centro questa stessa scritta, come una proclamazione d’esistenza,
rimando alle vie del senso in quanto le scritte sono descrittive di se stesse,
doppiano la presenza dell’oggetto pur producendo uno scarto, uno spazio
che lascia aperta una fessura, una ferita che vedo somigliante alla crepa che
l’incisore sapiente ha lasciato sulla superficie di setole per incidere
ogni singola lettera. Le parole nell’opera di Mauri sono un’analisi,
come le porzioni di nero che, schermando parti di oggetti, rappresentano la
storia, un ritmo ineguale di male e di bene che sale e scende a onde scansionate
e differenti.
Tra il fogliame e la vera da pozzo del cortile interno della galleria una sfera
di terracotta accoglie sulla sua superficie una proiezione, unico modo forse – secondo
Fabio Mauri – di vedere il mondo. L’immagine proiettata ha una
fisicità reale e s’impossessa di una faccia della superficie convessa
che si fa subito visione allargata, proposizione delle rappresentazioni che
gli scorrono sopra, soggetto ed oggetto al tempo stesso. Il risultato è l’ottenimento
di un terzo significato che si somma al significato intrinseco del manufatto
e a quello della luce indotta dal proiettore.
L’opera di Fabio Mauri è una cascata di effetti collaterali,
una parafrasi continua di situazioni e atteggiamenti, un’azione teatrale
anche quando il lavoro è apparentemente muto, privo di movimento e di
suono. La sua opera è una rivoluzione come pura critica, un modo personale,
denotato, impegnato ed impegnativo di affrontare il mondo, le suggestioni di
tante vite in una vita sola, di tante esistenze in un’esistenza sola,
di tante ideologie in un’ideologia sola. Se la sua arte fosse musica
si baserebbe sulle dissonanze nate con le Avanguardie, sui ritmi inusuali,
sugli elementi allineati in una teoria discorde. La sua mostra alla galleria
Michela Rizzo è costituita da opere che, nella comune ricerca di significato,
svelano lati adiacenti, congiunture stridenti e partecipazioni di vicinanza.
Mi viene alla mente Vasilij Kandinskij: «Lotte di toni, equilibri perduti,
principi che decadono, inattesi colpi di tamburo, grandi domande, aspirazioni
apparentemente insensate, impulso, nostalgia e desiderio in apparenza lacerati,
catene e vincoli distrutti che uniscono opposti e contraddizioni: è questa
la nostra armonia».
Tutte le azioni di Fabio Mauri, parole, scritte, assemblaggi sono l’ossessione
di un’idea, costituiscono segni di sistemi, universi
d’uso, consonanza
tra «l’arte, che non è la vita, ma che probabilmente le è uguale» (F.
M.).
Martina Cavallarin
(dal catalogo della mostra
Fabio Mauri, Etc., Lampi di Stampa, 2009)
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