Presentazione per la mostra
di Roberto Gligorov
a cura di Martina Cavallarin
Galleria Michela Rizzo - Venezia, settembre 2005
in collaborazione con Galleria Pack - Milano
Robert Gligorov nasce nel 1960, a Kriva Palanca, in Macedonia. Vive e lavora
a Milano.
Nel suo lavoro le immagini più conturbanti si ammantano di una radicalità estrema
nel felice tentativo di attirare l’attenzione mediante il superamento dei
confini del visibile e del tollerabile.
L’esigenza dell’artista è, infatti, quella di sottolineare
per spingere a pensare, porre i problemi attraverso un lavoro di facile impatto
visivo, senza censure, sintetizzando l’oggetto, spingendosi con coraggio
nei fatti più duri e crudeli del mondo.
La personale CRY alla Galleria Michela Rizzo vuole rappresentare la
proposta indecente dell’arte a un dialogo concettuale che rifugge la seduzione,
l’omologato e l’accattivante.
Nello spazio della galleria l’installazione Apple-Net è un
cubo aperto in cui rigore e forma sono rappresentati da un insieme di frecce
e mele che si moltiplicano in un reticolo costituito da un continuo raddoppio
di cubi poggiante su una superficie specchiante. La sensazione è di straniamento
e perdita della realtà.
Il significato va dalla struttura della composizione molecolare all’unione
tra biologico e tecnologico. La mela è amore, peccato, atomo o vitamina.
La freccia legame tra i simboli, l’unione e la distanza dei rapporti che
si allacciano e si allontanano, continuamente. Lo specchio alla base rimando
alla storia dell’arte e un modo per confondere reale e virtuale.
Sulla vetrina un tergicristallo deterge dell’acqua che scorre come sul
parabrezza di un’auto. Scendono le lacrime del mondo ma il meccanismo tecnologico,
costituito dalle spatole, ci spinge ad andare avanti. Acqua, che a Venezia è elemento
primario, amico e nemico.
Tutta la mostra verte tra rigore tecnologico e sentimento e ben si allaccia ai
lavori presentati nello spazio adiacente la galleria e prodotti dalla Galleria
Pack di Milano. Qui una serie di fotografie compongono un’esposizione di
forte impatto emotivo.
Boom, legato all’esplosione di Chernobyl. Abbiamo probabilmente
mangiato vegetali contaminati per vent’anni: da lontano la foto
appare un fungo atomico ma avvicinandosi ci si rende conto che si tratta
della scultura iperrealista di un cavolo.
Man, il cui titolo gioca tra il soggetto e il celebre quadro
di Edouard Manet, che Gligorov riprende rigorosamente. Il soldato sdraiato
si trova nella stessa posizione del torero agonizzante dipinto dal pittore
francese. Nella fotografia una croce è conficcata crudelmente
nella bocca dell’uomo. Si muore per i simboli, per gli integralismi,
mentre l’anima (con un rimando a Platone che richiama le mele d'Apple-Net) è prigioniera,
tumulata nel corpo.
Zippo, un accendino turistico decorato con le Twin Towers, aperto
e con il fuoco che divampa spezzando l’immagine. Apparenza di un
facile gioco per un lavoro estetizzante ma dal forte impatto emotivo.
Eurabia, Place de l'Étoile, una riproduzione
della più abusata immagine turistica della piazza parigina dell’Etoile
ripresa dall’alto, con tanto di scritta ‘Paris’, in
cui però Gligorov ha collocato, al posto dell’Arco di Trionfo,
la Kaaba della Mecca. Spiazzamento, destabilizzazione, provocazione.
Blood Rain, che in qualche modo riprende l’installazione
sulla vetrina della galleria. Sul parabrezza della foto però il
tergicristallo dell’auto, mezzo civile e non militare, deterge
sangue.
Echi di guerra, di terrorismo, di scottante attualità.
Continui rimandi alla storia dell’arte, rimbalzi tra tecnologia e sentimento,
crudeltà, forza e conflitti, per un’esposizione di assoluta contemporaneità artistica
e sociale.
Martina Cavallarin
luglio 2005
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