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Nero come la pece
Possiamo lasciarci narrare la vita di un mondo. Per penetrarvi dobbiamo semplicemente,
come al cinema, lasciarci condurre dalle immagini, guardare attentamente. Destinarci
a decifrare angoli differenti. Tutto avviene alla distanza di un semplice sguardo: è necessario “vedere” per “sapere”,
approfondire per comprendere e riconoscere, attraverso segni e simboli convenzionali
e codificati, l’ultima sostanza delle immagini che Giorgio Cassone ci propone.
Il suo universo pittorico rivela i film in bianco e nero visti da ragazzo, le
foto scattate tra le calli veneziane, il fascino dei set cinematografici e il
bisogno di trasmettere non la solitudine legata all’esistenza bensì all’incomunicabilità.
Perché se è vero che la figura umana non compare quasi mai in questo
ciclo di lavori è altrettanto vero che si sente “odore” e “sapore” della
sua presenza, di un passaggio fatto di indizi e atmosfere. Quel che meno si vede è quel
che più si avverte, impalpabilmente. Occorre scarnificare per Cassone,
togliere, dando intensità e interiorità, proporre le cose e gli
oggetti anche con scetticismo, con uno scarto di “cinismo dolce”,
proporre e mettere fuori circuito l’affermazione esistenziale.
Ed è in questo scarto che si avverte l’assoluta contemporaneità dei
lavori di Cassone, di hopperiana memoria, di filmografia cult ma di grande attualità nell’idea
trasportata da un esempio perfetto di arte contraffatta che agisce come l’oppio,
ponendo lo spettatore in uno stato simile all’ipnosi.
Nel lavoro di Cassone il colore dalle tele è scomparso, all’improvviso,
per offrire il clima suggestivo delle esplosioni di chiaroscuro di Frank Miller.
Da allora quel bianco e nero ossessivo. Da una superficie originariamente bianca
il nero avanza fino ad arrestarsi ai limiti della quasi totale copertura della
tela. E più il nero copre il bianco più c’è luce.
Le tele di Cassone esigono il predominio del taglio fotografico manifestandosi
nel risultato finale in pura pittura. Ed è notizia recente, con la supremazia
del digitale, che le case produttrici probabilmente elimineranno le pellicole
in bianco e nero. Ma questi sono gli inghippi della crescita tecnologica. Nel
rendere le azioni umane, in fotografia come in pittura, niente come la bicromia,
neve e carbone, rende lo stato interiore dell’essere umano. Sogniamo in
bianco e nero, i colori nella vita reale li aggiungiamo tra natura e artificio,
stato d’animo mentale, di cuore e di pancia.
La neve è bianca ma viene dal cielo, il nero carbone si trova sotto la
superficie terrestre. Qui la valenza onirica dei quadri di Cassone, la loro profonda
coappartenenza all’essere e alla finzione della vita. Teorie del “puro
vedere” attraverso l’astrazione della sottrazione. Ci mostrano poco,
ci fanno immaginare tutto.
Dentro queste rappresentazioni alla fine c’è qualcosa di utopico,
il tentativo di trovare il vuoto e riempirlo senza aggiungere, scarnificando
la scenografia, spogliando il set del quotidiano, dando potenziale narrativo
con la più laconica delle pitture.
Il passaggio si completa formalmente con la lucida patina dello smalto che Cassone
passa sulla superficie lavorata e finita della tela per darle un sapore di preconfezionato,
deliberatamente “finto”, come l’idea aberrante di una catena
distributiva, avvicinando il tutto alla funzione ironica e sarcastica della teatralità della
vita. La più trasudata delle banalità nella nuova follia dell’insolito.
L’esaltazione dei luoghi che attraversiamo comunemente sono un impegno
per l’immaginario, incattivito dai contrasti tra luce e ombra, che oltrepassa
la situazione in cui ci si trova. Scelta intellettuale dell’artista che
si pone per definizione all’opposizione. Tutto è equilibrato dalla
meticolosa e calibrata misura chiaroscurale e dalle limpide coordinate lineari.
Un allineamento armonioso tra composizione formale e studiata piattezza della
superficie pittorica.
La ricerca sta nella patinatura di una tattilità della tela liscissima
contro la rudezza e l’asprezza del realismo contenutistico dell’incomunicabilità.
Una realtà culturale vissuta e rivisitata in una visione romantica e contemporanea
della pop art per un risultato di sintesi risolta nel suo corrodere con il nero,
azione artistica per appellarsi alla libertà dell’arte, a un’esperienza
distaccata e sospesa nei confronti del reale. Reale che esiste solo nella misura
in cui autore e fruitore si offrono ad esso.
Nelle opere di Cassone non c’è la paura di avvicinarsi troppo alle
cose, di creare lo strabismo dell’eccessiva vicinanza. Il suo pennello
guida lo sguardo e lo sostiene per condurci nella penombra, filtrata e artificiosa,
per proteggerci e rafforzarci.
Colore acrilico, pareti delle metropolitane, pareti domestiche, angoli celati
e svelati, scoperti alla luce, dettagli di mania e di maniera, geometrie, tutto
sotto il segno dell’inadempimento e della mancanza.
Pittura figurativa e assente di simboli per un passo nella tortuosa via della
ricerca, per l’affanno di trovare l’uomo proprio dove manca, la lontananza
dall’altro, proprio perché è l’assenza che produce
la reazione, il tentativo di svelare il mistero destinato a rimanere sempre,
incessantemente, insoluto.
Martina Cavallari, 2006
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