Presentazione per la mostra di
Barry X Ball
Galleria Michela Rizzo - Venezia, 6 giugno - 15 settembre 2007
L’esercizio della differenza attraverso l’opera d’arte diventa,
in alcuni alti e fortunati casi, una maniera esistenziale di rafforzare la
vita mediante la qualità.
Occorre trovare dei riferimenti ed elaborarli fino a renderli propri, attraverso
sguardi obliqui e una masticazione praticata da mandibole fortissime ed allenate,
per valicare il senso della soglia, dell’impossibile ed accedere a un
linguaggio enunciato ed espresso con rigore nel lavoro artistico. Sostenere
poi un gioco essenzialmente linguistico sul passato producendo l’opera
contemporanea è frutto sicuramente di studio, ma è figlio dell’idea
e dell’ossessione.
Barry X Ball possiede ciò che in termini manieristici è definita
'sprezzatura'.
Dal verbo 'sprezzare', derivato dal latino expretiare (ex – pretium,
stima), letteralmente significa disprezzare ed è stato usato nel senso
del compiere qualcosa con disinvoltura esagerata, ovvero noncuranza. Tuttavia
nel Libro
del Cortegiano, il conte Baldesar Castiglione la intende come massima
grazia e spesso verrà poi ricondotta all’ambito semantico relativo
al concetto aristotelico di ironia (eroneia). Nel Manierismo per 'sprezzatura'
non si intende solo l’idea – idea di una leggerezza simulata che
si fa depositaria di un’immagine prodotta con apparente aisance mentre
nasconde fatica e artificio – ma l’ossessione dell’idea.
Barry X Ball possiede l’ossessione dell’idea.
Di questo artista
americano si può facilmente dire che è legato
all’amore per le statue antiche, greche e romane, passando per il Rinascimento,
Leonardo, Michelangelo e Bernini, Barocco e Rococò. A Canova, attraverso
i vari filoni neoclassici in voga nella prima metà dell’Ottocento
fino ad arrivare all’École des Beaux-Arts, poi Rodin per giungere
a Brancusi, passando attraverso gli influssi orientali.
Ad un certo punto la scultura è stata legata al criterio valutativo
ancora affidato al virtuosismo e alla destrezza professionale. Con il Novecento
si affida all’idea. Quando Arturo Martini, parlando della sofferenza
in cui si trovava il suo linguaggio artistico, disse “scultura lingua
morta”, non poteva ancora ipotizzare quel filone futuro della scultura
contemporanea che si distingue ora con atteggiamenti nuovi filtrati dalla ricerca
tecnologica e mescolati alla sapienza del passato artistico, della storia dell’arte,
della citazione, della memoria. E dell’ironia.
In questo spazio di confine, quello poi in cui il cammino delle diverse arti
frequenta di continuo il bilico della soglia, si impone l’arte di Barry
X Ball.
Portatrice di una singolare diversità, la scultura di Barry
X Ball comunica le impronte culturali tradizionali, moderate e modulate da
un accento tecnologico che abbisogna di computer, penna ottica, muscoli forti,
intelligenza trasversale. I suoi titoli sono lunghi, a volte lunghissimi e
nell’abbondare
delle loro parole più che nella resa finale dell’opera spesso
si cela il significato intrinseco del lavoro. Marmo italiano o californiano,
fondi oro, siano essi bizantini o giapponesi, onice iraniano traslucido, colle
siliconate, i motivi black and white figli dell’antico gotico pisano,
le tecniche di restauro, si assommano con precisione da archivista per costituire
opere destinate a rimanere nel tempo, non solo per la loro massiccia fisicità,
ma per un’organicità e forza di contenuto che si crea di rado
nel rutilante mondo dell’arte contemporanea. Barry X Ball smagnetizza
in tal modo il nastro della storia dell’arte, inscatola il tempo facendolo
galleggiare, nella potenza del marmo, sulla superficie del presente.
Nella prima
metà degli anni novanta Ball produceva un lavoro differente.
Poi, insoddisfatto del 'sistema', sceglie una strada più personale
ed apparentemente conformista cimentandosi nella vecchia capacità artigianale
di lavorare la pietra. E lo fa divenendo membro fondatore della “Digital
Stone Project”, ovvero operando un processo ellenistico e rinascimentale
sommato alla più alta forma di tecnologia scultorea. Sebbene sempre
tentato di occupare cesure ed infinite partizioni linguistiche, lo scultore
americano afferma la realtà fisica dello spazio tridimensionale offerto
dalla corposità e dalle forme solide della materia e si spinge in modo
tale da farlo armonizzare con lo spazio naturale e le linee della figura.
I suoi ritratti di pietra abbisognano di una procedura minuziosa e lunghissima.
I soggetti, necessariamente personaggi che ruotano intorno al mondo dell’arte,
si devono sottoporre ad un’estenuante seduta durante la quale viene costituito
il calco di gesso. Il provino consiste anche in molti scatti fotografici del
volto, del cranio, dei particolari della testa che l’artista userà per
l’iperrealista e fedele composizione dei ritocchi finali. Il salto temporale
avviene quando il calco viene passato sullo schermo del computer mediante uno
scanner tridimensionale che crea una matrice positiva virtuale. A questo punto
l’artista può operare delle manipolazioni strecciando la figura
con un elastico ipotetico per delle alterazioni che spesso vengono esplicitate
nel titolo stesso dell’opera. Un file a controllo numerico dà la
prima sgrezzatura alla forma di pietra, una macchina tarata con precisione
che per prima lavora il marmo. Marmo scelto con cura dall’artista che
ne decide la grandezza del blocco e il verso delle venature, determinanti per
il risultato finale. Dopo il primo modellino interviene la manualità con
un lavoro di pulizia che dura mesi. La pietra scelta da Ball ha milioni di
anni e concettualmente il tempo e la storia geologica del materiale si integrano
con il “senso della durata” che sta a fondamento dell’opera.
La storia dell’arte conosce a memoria elementi e componenti dell’opera
di Ball, ma ciò che nasce dall’assemblaggio di tutti questi fattori è qualcosa
di completamente nuovo. La scala dimensionale a volte resta fedele al modello,
altre si rimpicciolisce. Nel caso del ritratto dell’amico-artista Matthew
Barney la scultura marmorea raffigura questi in un atteggiamento serio e serafico
mentre l’autoritratto, posizionato a comporre una sorta di giano bifronte,
nuca con nuca, è un Barry X Ball urlante a significare lo sforzo prodotto
e la corsa sfrenata nella quale è impegnato per realizzare il lavoro.
Il carattere dei personaggi riprodotti penetra liberamente nell’opera
divenendone uno degli elementi fondamentali. Il materiale usato, onice messicano,
aggregato di lapislazzuli, marmo pakistano, così come l’uso della
maniera rococò piuttosto che vittoriana dialogano con il soggetto rappresentato,
la posa adottata o la scelta di tendere la pietra come una striscia tesa da
un elastico. La datazione dell’opera occupa sempre uno spazio di tempo
che va dai 3 agli 8 anni, vista l’enorme mole di lavoro che sta dietro
la realizzazione di ogni singolo pezzo.
La processualità concettuale
che traspare dalla lettura attenta del lavoro dell’artista newyorkese
si esplicita non solo nel corpo dell’opera – intesa
come blocco di pietra – ma anche nel meccanismo di svuotamento, di sottrazione
della materia e nelle numerose soluzioni tecniche di supporto. Ball estende
qualitativamente i ritratti trattando la superficie dei volti come panneggi
su drappi neoclassici o incidendo la superficie – con minuzia da miniaturista
– fino a renderla simile a elmi medioevali o scudi di guerrieri mediorientali.
Altre volte applica una dissociazione operando leggerezza nella concretezza,
attraverso una sorta di risucchio della materia che giace come carne corrosa,
bucata dalle venature e dai fori del marmo, sindone al contrario, parte indispensabile
all’apparire, ma come negata alla pesantezza originaria. I supporti delle
opere sono pali dorati a pavimento e conficcati nel collo, giavellotti che
pendono dal soffitto e trapassano il cranio, intarsi istoriati di motivi rinascimentali
e barocchi e rococò e neoclassici che rendono il marmo lavorato come
volante e galleggiante.
Perversamente eleganti, le sculture di Ball, malgrado
la complessità e
l’ingegnosità dei rapporti formali e l’abbagliante varietà dei
materiali, raggiungono una straordinaria unità d’impatto e possibilità liberatorie
di espansione. Queste strutture agiscono con grande vigore sullo spettatore
e sul suo ambiente spaziale. Nel caso di A Profusion of
loss, installazione
a parete costituita da 55 elementi ed elaborata tra il 1993 e il 1995, Ball
affronta un’altra citazione prendendo come correlazione la Battaglia
di Anghiari di Peter Paul Rubens. Se nella poetica dell’artista
ricorre spesso il numero 5, mutuato dai cinque punti di riferimento rintracciabili
nell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, in questo polittico a parete
gli undici punti gravitazionali sono costituiti dai 7 cavalieri e i 4 cavalli
del disegno. Le cornici d’argento, con richiami a differenti stili artistici,
richiudono un marmo a strisce bianche e nere. Tale pietra non è costituita
da un semplice assemblaggio seriale di fogli di chiaro e scuro, ma nasce come
un blocco unico incollato e poi tagliato dall’artista, come nel caso
di tutti gli altri lavori formati da questo materiale. Il motivo rigato prende
spunto dal gotico pisano e dalle strisce usate dai restauratori per segnare
le parti mancanti dei dipinti. Ritmo che ricorre anche in 17
18 19 20, opera
nella quale oltre il motivo coloristico, il rimando formale è la scalinata
del Campidoglio architettata da Michelangelo Buonarroti nell’omonimo
palazzo romano che dialoga con una doppia X, giocando così anche sul
nome di Barry X Ball.
Scultore di straordinaria fantasia concettuale Ball si
orienta anche nella pratica fotografica, con gli stessi soggetti ricorrenti
nei lavori tridimensionali o con il suo autoritratto piegato ad un’anamorfosi
e ad una triplice visibilità dell’immagine. Dotate di un’estetica
strutturale ed una forma emblematica, le opere di Ball sono cariche di tensione,
illusionismo, enfasi, ironia. Il design barocco, l’abilità tecnologica,
la manualità esasperata
e maniacale, tese al prodotto lucido e perfettamente finito, riportano a quell’ossessione
dell’idea così connaturata con la poetica, l’inclinazione
artistica, culturale e di atteggiamento caratteriale di questo potente e singolare
artista contemporaneo.
Martina Cavallarin, 2007
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