VITO ACCONCI

New York, 1940



a cura di Valerio Dehò

31 maggio - 7 settembre 2013

La mostra è organizzata da:
Galleria Michela Rizzo
Galleria P420
Vito Acconci / Acconci Studio

Vito Acconci (1940) e Franco Vaccari (1936) sono due artisti tra i maggiori esponenti delle avanguardie contemporanee che, senza mai ripetersi, senza mai inseguire mode, sono riusciti a rimanere coerenti nella sperimentazione, consolidando la personale pratica artistica senza trascurare di sorreggerla sempre con un’adeguata consapevolezza teorica. Per la prima volta vengono riuniti insieme in una grande esposizione che racchiude le tappe più significative del loro lavoro, dagli esordi ai nostri giorni, mettendolo a confronto con le debite distanze, ma anche con gli elementi di comunanza di percorso e di ricerca. I due artisti, pur non avendo avuto contatto diretto tra loro, hanno sviluppato un percorso artistico parallelo, se pur diversificato, che include la poesia visiva, le performances, la fotografia, la pellicola ed il video.
Fin dalla metà degli Anni Sessanta entrambi lavorano nella sperimentazione della Poesia Visiva, allontanandosi dalle forme più comuni della rappresentazione poetica del loro tempo. Negli Anni Settanta l’interesse dei due artisti si concentra poi verso il coinvolgimento diretto del pubblico. Acconci lo fa attraverso le sue notissime performances legate alla dimensione del corpo usando quasi esclusiva- mente piccole stanze o celle, zone ridotte come spazio dove si possa rappresentare il proprio agire privato. Da allora l’opera di Acconci si caratterizza dal rischio e dalla sofferenza e a mano a mano si fa coinvolgere completamente dalle azioni comportamentali sconcertando il suo pubblico. A tal proposito è esplicativa la performance Seed-bed, che si svolge nel 1972 alla galleria Sonnabend di New York in cui l’artista si masturba sotto il pavimento della galleria e il pubblico può ascoltarlo ma non vederlo. Nello stesso anno Franco Vaccari presenta alla Biennale di Venezia Esposizione in tempo reale num.4, lascia una traccia fotografica del tuo passaggio installando una cabina Fotomatic nella propria sala personale del padiglione veneziano, lasciata completamente spoglia ad eccezione di una scritta in quattro lingue diverse posta su una parete che invitava il visitatore a diventare parte dell’opera, facendosi una fototessera per poi appenderla al muro.
Verso la metà degli anni Settanta Acconci abbandona le performances e realizza delle installazioni spaziali, anche se la sua voce comunque è sempre presente per creare una sorta di partecipazione comunitaria. Negli Anni Ottanta il suo interesse dello spazio lo ha condotto a dar vita all’Acconci Studio, un gruppo di architetti che con le loro proposte collaborano con l’artista alla realizzazione di progetti che propongono interventi di natura ambientale e architettonica, analizzando il concetto di casa e ambiente.
Anche Vaccari realizza alcune opere che si possono ricondurre ad un interesse architettonico. Nella cittadina di Bregenz, Austria, è stato costruito un museo d’arte moderna sul quale sovrasta la scritta: ‘kunsthaus’ che significa ‘casa dell’arte’ e nel 1998 Franco Vaccari vi è stato invitato in occasione della mostra ‘Arte in città’. Di fianco all’ingresso l’autore ha realizzato una costruzione che fosse l’opposto, per materiali, dimensioni, estetica e imponenza, rispetto a questo enorme edificio. Ha inoltre collocato un’insegna luminosa su questo piccolo edificio, in cui era scritto ‘kunsthäuschen’ che significa ‘casetta dell’arte’.

La mostra è realizzata con la diretta collaborazione degli artisti e dello Studio Acconci e costituisce un dialogo a distanza tra l’arte europea e statunitense, una verifica storica di consonanze teoriche e di operazioni artistiche ancora in attesa di una adeguata storicizzazione.

Acconci Vito è un artista concettuale statunitense di origine italiana nato a New York 1940.
Dopo aver studiato alla University of Iowa (1962-64), si è dedicato alla poesia e all'insegnamento presso la School of visual arts di New York (1968-71, 1977) e la Yale University di New Haven (1990). Dal 1969 ha operato nel campo delle arti visive esplorando intimità e relazioni interpersonali, psichiche e fisiche, con azioni che lo hanno posto tra i più inquietanti esponenti della body-art. Ha prodotto videotape e film in super 8 che non solo conservano la memoria delle sue azioni e performance, ma si rivelano come veri e propri strumenti di ricerca concettuale (Pryings, 1971; Theme song, 1973; The red tapes, 1976). Ha creato installazioni e progettato prototipi di case, mobili, automobili (VD lives/TV must die, 1978; Instant house, 1980; Bad dream house, 1984), interessandosi sempre più al rapporto tra architettura e paesaggio (Land of boats, 1991, Detroit, Saint Aubin Park; Personal river, 1993, Newcastle, rive del Tyne; intervento nel cortile della Public School-Bronx, 1995, New York; A skate park that glides the land & drops into the sea, 2004, 3rd Millenium Park, San Juan, P.R.); New street square full of words, 2005, Londra. Le opere di A. sono state presentate in numerose mostre personali e nelle più importanti rassegne tematiche e periodiche dell'arte contemporanea; notevoli in Italia le esposizioni curate dal museo L. Pecci di Prato (1992) e al Castello di Rivoli (2010).