SAVERIO RAMPIN

Venezia,1930



Due o Tre Dimensioni Infinite, a cura di Davide Ferri è la mostra collettiva che a partire dal 2 Dicembre 2018 fino al 22 Gennaio 2019 sarà ospitata negli spazi della Galleria Michela Rizzo nell’Isola della Giudecca.Una mostra di dipinti che fa dialogare lavori, appartenenti a periodi diversi, di quattro artisti con storie e percorsi differenti, ma che hanno tutti raggiunto la piena maturità a cavallo tra due decenni densi e complicati: gli anni Sessanta e i Settanta.
Il titolo allude a un’idea di profondità che, di dipinto in dipinto, si presenta come dato mutevole e incerto, e che sembra derivare, in ogni lavoro in mostra, dallo scambio energetico tra il quadro e le sue articolazioni materiali, la superficie bidimensionale ma anche la sua presenza fisica e oggettuale, e una spazialità che eccede questi limiti fisici, dispiegandosi all’interno (ma senza creare una dimensione coerente e organica di rappresentazione) o all’esterno, per propagarsi nell’atmosfera fino a ridefinire l’idea di spazio di pertinenza del quadro.

In Due o Tre Dimensioni Infinite, dunque, differenti nozioni di ritmo, profondità e spazio, che nascono da sintassi apparentemente rigorose ma che non si sottraggono alla possibilità di abbandoni lirici, si attivano a vicenda e si incontrano contaminandosi o collassando l’una nell’altra.

Così i lavori di Ruth Ann Fredenthal, dipinti su lino, sono “falsi monocromi” che, vibrando per via della stratificazione e l’utilizzo di tre quattro colori, chiamano lo spettatore a una lunga frequentazione, a un’osservazione prolungata, per accoglierlo in uno spazio profondo, denso e atmosferico, potenzialmente infinito;
Le opere di Saverio Rampin degli anni Settanta (realizzate dopo differenti stagioni riconducibili all’ Informale e allo Spazialismo) approdano a una grammatica astratta che deriva dall’incanto del reale e da una nozione di “colore - luce”, di composizione come dinamismo di corpi cromatici, “presenze plastiche nello spazio”.
I Level Group Paintings di Lucio Pozzi, presenze “nomadi” all’interno della mostra, germinali di molti aspetti che hanno segnato la pratica dell’artista fin dalle origini (basata sulla libera combinazione di “ingredienti”, cioè concetti spesso in opposizione tra loro) sono coppie di dipinti appesi allo stesso livello, che si attivano per via dei loro dualismi (pennellate verticali e orizzontali, differenze di peso e variazioni di livello tra gli spessori delle superfici);
I dipinti di Riccardo Guarneri articolano la superficie in partiture agili e irregolari, in un ritmo di continui e lievi avanzamenti e arretramenti, basato sulla ripetizione di linee e bande orizzontali o verticali, di forme (falsi quadrati) e colori poeticamente esangui e “discutibili” (per usare un’espressione dell’artista) che si compenetrano reciprocamente e si estinguono in un non finito perpetuo.

Saverio Rampin è nata a Paluello di Stra (Venezia) il 14 Dicembre 1930 e all'età di undici anni si è trasferito con la famiglia a Venezia. Qui il padre, che aveva aperto una falegnameria, decise di instradarlo verso l'attività artigianale. Diventato apprendista in una stimata bottega nei pressi di San Barnaba, ha dimostrato subito una particolare attitudine per l'intarsio, cominciando intanto a 15 anni a dipingere da autodidatta. Avuto l'occasione di far conoscere il suo lavoro ad Armando Pizzinato, che lo incoraggiò apertamente, si convinse a superare l'ostilità della famiglia e nel 1948 decise di frequentare la Scuola libera del Nudo. 
Nello stesso anno veniva ammesso alla collettiva dell'Opera Bevilacqua La Masa (nuovamente presente nel '55, '56, '58, '59). Iniziava allora la sua carriera espositiva. 
Nel 1950 era accolto alla XXV Biennale Veneziana, e l'anno successivo teneva la sua prima personale alla Galleria Sandri di Venezia, presentato da Pizzinato, che lo rivelò come uno dei giovani talenti emergenti a Venezia. Nell 1955 riceveva il premio Venezia alla XLIII Collettiva della Bevilacqua La Masa, aggiudicandosi poi il "Campari" al Premio Burano; nel 1956 primo premio ex aequo con Riccardo Licata alla Bevilacqua e nel 1958 Medaglia d'Oro alla III mostra dei giovani pittori a Roma. Altri premi e riconoscimenti gli verranno assegnati nel tempo. 

Nei dipinti a ridosso del 1950 ha sperimentato, come molti artisti locali coevi, la scomposizione della forma in un'ottica post-cubista, rimanendo però ancora piuttosto legato al racconto figurativo. Poco dopo, nel 1954, si confermava invece come cifra riconoscibile la virata verso cromie accese, stese con pennellate impetuose, attestando un deciso astrattismo gestuale con l'ampia serie dei Momenti (1955-1957). In tale fase la critica riconosceva nelle sue opere un avvicinamento significativo alle sperimentazioni degli artisti del Movimento Spazialista, cui egli guardò senza aderire formalmente, dialogando soprattutto con Virgilio Guidi, dal quale andò assorbendo una visione lirica del fare pittura che si sarebbe in seguito tradotta, con notevoli risultati, in una ricerca autonoma su luce-colore-spazio.
Nel 1955 giunse provvidenziale l'assegnazione da parte dell'Opera Bevilacqua La Masa di uno studio a Palazzo Carminati, dov'era già ospitato, tra i vari giovani, Ennio Finzi, con il quale condivise un periodo di speranze e delusioni, e la sorte straordinaria, per quei giorni, dell'incontro con l'imprenditore e amatore d'arte veneziano, Attilio Arduini, che si offrì quale mecenate garantendo un assegno mensile, rinnovato fino al 1958. 
Continuava intanto a frequentare l'ambiente ricco di stimoli della Galleria del Cavallino di Carlo Cardazzo, luogo di riferimento degli artisti spaziali, e grazie a Guidi che lo presentò in una mostra personale alla Galleria dell'Ariete di Milano, entrò in contatto con il nucleo principale degli spazialisti milanesi (Fontana, Capogrossi, Crippa, Dova). 
Dal 1961 il trasferimento ad uno studio alla Salute, adatto ad un lavoro più organizzato, gli permise di intensificare l'attività espositiva, stringendo un rapporto fattivo e amichevole con il milanese Enzo Pagani, titolare di due gallerie, a Milano e a Legnano. 
Sul finire degli anni Cinquanta Rampin maturò il cambiamento che echeggiava la lezione guidiana, sulle possibilità vibratili del colore, pacatamente steso in composizioni geometricamente astratte, per mie campiture sfumate in lirici accostamenti.
Nel 1970 venne chiamato ad insegnare al liceo artistico di Padova, nel 1973 in quello di Venezia.
Insegnamento rappresentava una garanzia economica che favorì, l'anno dopo, il matrimonio con Franca Calimani, sua compagna da oltre vent'anni, e il trasferimento in una casa-studio a San Basilio.
Dall'inizio degli anni '70, a Venezia ci fu un altro gallerista, Gianni De Marco, a presentare ripetutamente il suo lavoro, mentre a Genova gli aprirono l'ambiente delle maggiori gallerie e dei collezionisti la poetessa Emma Angelica Mele e lo psicologo Franco Rossi. Da questo momento il suo cammino pittorico diventò una coerenza e matura riflessione sulle variabili tematiche.
Se ne è andato nel gennaio del 1992, dopo qualche mese dall'aver preso casa al Lido di Venezia, dove ora ha sede l'Archivio Saverio Rampin.
Enzo Pagani gli ha dedicato una retrospettiva nel '93, nella sua Fondazione di Castellanza; l'amico Franco Rossi un'antologica nel '95 presso il Centro Ricerche Scienze Umane di Genova. Le opere del periodo che la critica definisce spazialista sono state esposte nel '96 a Vicenza, nella Basilica Palladiana, per la mostra Spaziassimo arte astratta, Venezia 1950-1960, curata da Luca Massimo Barbero; e nel 2004 a Villa Galvani di Pordenone, nella  mostra Da Venezia alla Venezia Giulia. gli anni dello spaziassimo veneziano e della ricerca friulana e giuliana, curata da Giovanni Granzotto, Dino Marangon e Enzo Santese.