SAVERIO RAMPIN

Venezia,1930



Pensai il colore, guardai il sole è il titolo della prima mostra che la Galleria Michela Rizzo dedica a Saverio Rampin con l’intento di illuminare il lavoro di uno dei più importanti artisti veneziani della seconda metà del novecento. E di farlo guardandolo negli interstizi, nei momenti di svolta, e attraverso un inedito accostamento di opere appartenenti a periodi diversi del suo percorso.

La mostra include una serie di opere (su tela e su carta) appartenenti agli anni Sessanta e Settanta, la stagione successiva a quella degli esordi, segnata da una poetica sospesa tra Informale e Spazialismo, un linguaggio che l’artista andò formulando attraverso il contatto quotidiano con artisti della sua generazione (Tancredi Parmeggiani ed Ennio Finzi in particolare - attratti, come lui, dalla pittura americana che approda a Venezia nella Biennale del 1948); l’influenza di un maestro come Virgilio Guidi; la scoperta dello Spazialismo, in occasione dei suoi frequenti viaggi a Milano.

Pensai il colore, guardai il sole tiene sullo sfondo questa stagione (l’unica che può permettere una facile collocazione storica del lavoro dell’artista) e guarda al Rampin della maturità, cioè a partire da un momento di passaggio avvenuto tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, verso l’articolazione di un linguaggio completamente autonomo, segnato dall’approdo a una nozione di “colore - luce”, del colore come evento luminoso (talvolta lacerante, come quando, in alcuni dipinti, una stretta fenditura satura di colori squarcia come un lampo il bianco della tela). E da una progressiva apertura della superficie a campiture più larghe e distese (che si realizza pienamente negli anni Settanta), una composizione come dinamismo di corpi cromatici, vibratili e instabili per via dei contorni sfrangiati e dei toni delicati e poeticamente esangui, che si contaminano e si rilanciano reciprocamente. 

Quella di Rampin è anche una grammatica astratta che sembra spesso derivare dall’incanto e dall’osservazione abbagliata della natura (non a caso alcuni dei lavori più emblematici di questa svolta si intitolano Momenti di natura), un’esperienza epifanica del reale senza che questo, necessariamente, si traduca nei suoi dipinti in figure. 

La presenza intermittente, all’interno di una partitura di forme geometriche e spaziali, di elementi riconducibili al reale - l’orizzonte, i riflessi e il movimento dell’acqua o di cose che galleggiano sulla superficie dell’acqua, il sole (costante punto di riferimento dello sguardo dell’artista) - è infatti un altro dei possibili fili conduttori della mostra.

Saverio Rampin è nata a Paluello di Stra (Venezia) il 14 Dicembre 1930 e all'età di undici anni si è trasferito con la famiglia a Venezia. Qui il padre, che aveva aperto una falegnameria, decise di instradarlo verso l'attività artigianale. Diventato apprendista in una stimata bottega nei pressi di San Barnaba, ha dimostrato subito una particolare attitudine per l'intarsio, cominciando intanto a 15 anni a dipingere da autodidatta. Avuto l'occasione di far conoscere il suo lavoro ad Armando Pizzinato, che lo incoraggiò apertamente, si convinse a superare l'ostilità della famiglia e nel 1948 decise di frequentare la Scuola libera del Nudo. 
Nello stesso anno veniva ammesso alla collettiva dell'Opera Bevilacqua La Masa (nuovamente presente nel '55, '56, '58, '59). Iniziava allora la sua carriera espositiva. 
Nel 1950 era accolto alla XXV Biennale Veneziana, e l'anno successivo teneva la sua prima personale alla Galleria Sandri di Venezia, presentato da Pizzinato, che lo rivelò come uno dei giovani talenti emergenti a Venezia. Nell 1955 riceveva il premio Venezia alla XLIII Collettiva della Bevilacqua La Masa, aggiudicandosi poi il "Campari" al Premio Burano; nel 1956 primo premio ex aequo con Riccardo Licata alla Bevilacqua e nel 1958 Medaglia d'Oro alla III mostra dei giovani pittori a Roma. Altri premi e riconoscimenti gli verranno assegnati nel tempo. 

Nei dipinti a ridosso del 1950 ha sperimentato, come molti artisti locali coevi, la scomposizione della forma in un'ottica post-cubista, rimanendo però ancora piuttosto legato al racconto figurativo. Poco dopo, nel 1954, si confermava invece come cifra riconoscibile la virata verso cromie accese, stese con pennellate impetuose, attestando un deciso astrattismo gestuale con l'ampia serie dei Momenti (1955-1957). In tale fase la critica riconosceva nelle sue opere un avvicinamento significativo alle sperimentazioni degli artisti del Movimento Spazialista, cui egli guardò senza aderire formalmente, dialogando soprattutto con Virgilio Guidi, dal quale andò assorbendo una visione lirica del fare pittura che si sarebbe in seguito tradotta, con notevoli risultati, in una ricerca autonoma su luce-colore-spazio.
Nel 1955 giunse provvidenziale l'assegnazione da parte dell'Opera Bevilacqua La Masa di uno studio a Palazzo Carminati, dov'era già ospitato, tra i vari giovani, Ennio Finzi, con il quale condivise un periodo di speranze e delusioni, e la sorte straordinaria, per quei giorni, dell'incontro con l'imprenditore e amatore d'arte veneziano, Attilio Arduini, che si offrì quale mecenate garantendo un assegno mensile, rinnovato fino al 1958. 
Continuava intanto a frequentare l'ambiente ricco di stimoli della Galleria del Cavallino di Carlo Cardazzo, luogo di riferimento degli artisti spaziali, e grazie a Guidi che lo presentò in una mostra personale alla Galleria dell'Ariete di Milano, entrò in contatto con il nucleo principale degli spazialisti milanesi (Fontana, Capogrossi, Crippa, Dova). 
Dal 1961 il trasferimento ad uno studio alla Salute, adatto ad un lavoro più organizzato, gli permise di intensificare l'attività espositiva, stringendo un rapporto fattivo e amichevole con il milanese Enzo Pagani, titolare di due gallerie, a Milano e a Legnano. 
Sul finire degli anni Cinquanta Rampin maturò il cambiamento che echeggiava la lezione guidiana, sulle possibilità vibratili del colore, pacatamente steso in composizioni geometricamente astratte, per mie campiture sfumate in lirici accostamenti.
Nel 1970 venne chiamato ad insegnare al liceo artistico di Padova, nel 1973 in quello di Venezia.
Insegnamento rappresentava una garanzia economica che favorì, l'anno dopo, il matrimonio con Franca Calimani, sua compagna da oltre vent'anni, e il trasferimento in una casa-studio a San Basilio.
Dall'inizio degli anni '70, a Venezia ci fu un altro gallerista, Gianni De Marco, a presentare ripetutamente il suo lavoro, mentre a Genova gli aprirono l'ambiente delle maggiori gallerie e dei collezionisti la poetessa Emma Angelica Mele e lo psicologo Franco Rossi. Da questo momento il suo cammino pittorico diventò una coerenza e matura riflessione sulle variabili tematiche.
Se ne è andato nel gennaio del 1992, dopo qualche mese dall'aver preso casa al Lido di Venezia, dove ora ha sede l'Archivio Saverio Rampin.
Enzo Pagani gli ha dedicato una retrospettiva nel '93, nella sua Fondazione di Castellanza; l'amico Franco Rossi un'antologica nel '95 presso il Centro Ricerche Scienze Umane di Genova. Le opere del periodo che la critica definisce spazialista sono state esposte nel '96 a Vicenza, nella Basilica Palladiana, per la mostra Spaziassimo arte astratta, Venezia 1950-1960, curata da Luca Massimo Barbero; e nel 2004 a Villa Galvani di Pordenone, nella  mostra Da Venezia alla Venezia Giulia. gli anni dello spaziassimo veneziano e della ricerca friulana e giuliana, curata da Giovanni Granzotto, Dino Marangon e Enzo Santese.