RICHARD NONAS



a cura di Angela Madesani

2 giugno - 1 settembre 2012

Hamish Fulton e Richard Nonas sono i protagonisti della mostra, a cura di Angela Madesani, che si terrà, a partire dal 2 giugno fino all’1 settembre, alla Galleria Michela Rizzo di Venezia. Ogni stanza accoglierà le opere di uno dei due artisti, protagonisti indiscussi del panorama artistico internazionale. Lo spettatore è condotto da un ambiente all’altro in un complesso percorso, imperniato su temi di matrice esistenziale, esperienziale, sui quali Fulton e Nonas hanno lavorato, nel corso degli anni, in maniera e con scopi diversi, che tuttavia, presenta alcuni punti di contatto.
Hamish Fulton è un “Walking Artist”, come lui stesso si definisce, formatosi nella Londra della seconda metà degli anni Sessanta, alla celeberrima St. Martin School. La sua arte deriva dall’esperienza del camminare e nulla ha a che fare con la Land Art, che presuppone, comunque, una modificazione della natura e del paesaggio, alla quale lui non è interessato. Nei primi anni, all’inizio degli anni Settanta, Fulton camminava da solo nella natura, oggi talvolta è ancora così, ma la sua esperienza si è ampliata e in taluni casi è divenuta di gruppo, come alla Fondazione Ratti di Como, durante un workshop con giovani artisti (1998) o come alla Tate Modern di Londra (Slowalk, 2011), in cui le persone venivano invitate a muoversi con estrema lentezza. La natura non è più l’unico teatro della sua esperienza che si è ampliato, rivolgendosi alla città, alle strade, ai luoghi chiusi appunto.
Il suo, in un tempo come il nostro, diviene un invito alla lentezza, alla riflessione che essa comporta, uno stimolo a trovare un dialogo prima di tutto con se stessi. In tal senso la volontà di rendere partecipi altre persone del suo pensiero e della sua esperienza.
L’artista, inglese, nato nel 1946, usa il mezzo fotografico come uno strumento di registrazione della sua esperienza, ma certo il suo non può essere considerato un lavoro fotografico. La fotografia testimonia la scelta di un frangente rispetto a un altro e in tal senso acquista una valenza emozionale. Fondamentale per la sua ricerca è anche l’utilizzo della scrittura, che riesce a contestualizzare le immagini, traccia dell’esperienza. Il suo lavoro di “Walking Artist” presuppone una concentrazione profonda sul vissuto di quel preciso momento, un’attenzione puntuale, in contro tendenza con qualsiasi forma di effimero, di trovata.
Nel suo lavoro è un cambiamento costante, profondo, tecnico e mentale. Si tratta della stessa evoluzione che, nel corso del tempo, gli ha permesso di arrivare dalle prime camminate nella campagna inglese sino alle complesse prove tibetane e quindi ai recenti lavori in spazi chiusi.
Chi guarda le sue opere potrebbe coglierle come ricerche di matrice concettuale. Così non è, al contrario: «Io trasformo le idee in esperienze reali, nell’arte concettuale l’idea rimane tale e non diviene realtà». La natura gli ha fornito nel
corso del tempo un’ampia serie di informazioni, che sono divenute presupposto portante della sua ricerca, che giunge nel profondo di chi la vive, ma anche di chi la guarda. In occasione della mostra veneziana alla Galleria Michela Rizzo ha realizzato una camminata in territorio italiano, a testimonianza della quale sarà un grande wall drawing su una delle pareti della galleria.
Richard Nonas, americano, nato nel 1936, è approdato all’arte dopo essersi occupato per anni di antropologia. All’inizio degli anni Settanta ha fondato, insieme a Gordon Matta Clark, il gruppo Anarchitecture.
«L’antropologia ha distrutto la certezza della mia educazione, mi ha insegnato a giocare con la differenza. Mi ha insegnato a danzare. E la danza dell’antropologia era il pensiero stesso: la sua musica era ambiguità: il ritmo della chiarezza che scivolava via. Dall’antropologia ho ricevuto il dono del pensiero scorrevole»1, ha scritto recentemente lui stesso.
Proprio l’antropologia lo ha portato all’arte, attraverso la quale è riuscito a dare forma al suo pensiero in un clima di antidogmatismo, dando vita alle sculture primordiali che sondano la capacità dell’arte di dare vita a quelli che lui chiama “charged places”.
La sua è un’antropologia del dubbio. Così i suoi oggetti, le sue sculture che non danno adito a certezze fenomenologiche. Non esiste la verità delle cose, la vita come la scienza è incerta. In tal senso mi pare di poter leggere un richiamo, forse indiretto, a certe teorie del filosofo tedesco Karl Popper.
Le sue sculture, di ferro, di legno, qui presenti in mostra, insieme ad alcuni disegni, incarnano proprio questo dubbio. L’artista americano lavora sul potere evocativo ed emozionale, latente negli oggetti. Nelle sue opere, minimal, che vanno dal piccolo formato alle installazioni ambientali, è come se ci trovassimo di fronte all’essenza di un’esperienza. «Ho afferrato e tenuto fortemente in mano lo spazio invertito che l’antropologia indicava e l’ho immediatamente e concretamente rivoltato verso il mondo in forma di arte; ho reso fisico il dubbio stesso»2.
Richard Nonas ha trovato nella scultura un modo per riuscire a riassumere il pensiero, a ordinare quanto appreso con l’esperienza antropologica, superando i limiti di una temporalità coercitiva.
L’arte di entrambi punta alla conoscenza della natura umana sia da un punto di vista antropologico, che psicologico, esperienziale. Per Nonas è la poesia della disciplina antropologica, come per Fulton è quella del cammino: nulla di romantico, piuttosto la capacità straordinaria di giungere all’essenza delle cose, di coglierle in tutte le loro sfaccettature, senza nessuna pretesa di verità.
1 R.Nonas in No-Water-In, P420, Bologna, 2011; p.53.
2 R.Nonas, ibidem.