IVAN BARLAFANTE

Giulianova, 1967



"Vuoto a perdere: rigiro la bottiglia fra le mani, avrà pure un qualche significato!"

Fausto Melotti, in Linee

Il corpo del vuoto

Una contraddizione in termini. Il vuoto non è un concetto astratto, qualcosa di impalpabile che appartiene all’immaginazione prodotta dalle nostre cellule grigie; esso impegna fin da subito le nostre esistenze, dal momento in cui il primo vagito dal limbo del nulla ci fa precipitare nel divenire, a quello in cui dovremo rendere l’ultimo respiro. Il vuoto è Tempo, prima di tutto. Non il Cronos saturnino dei nostri orologi, che ne registrano l’inesorabile procedere come una conseguenza del moto eterno delle stelle, in un firmamento che col Mito ha occupato la fantasia dei nostri progenitori. Non quella “corrente che trascina via ogni cosa e subito la sostituisce”, il Potamos di Marco Aurelio. Il Tempo vuoto è qualcosa di più concreto e insieme più forte del ticchettio dei nostri orologi. Esso ha sempre un esito e procede a scatti imprevisti e definitivi: un fermo macchina, uno stop. Eraclito sosteneva che non si attraversa mai lo stesso fiume.
Il Vuoto è cosa, oggetto tangibile, corpo concreto. Non quello che la cultura dei nostri padri definiva con la formula “Valori plastici”, separandolo dal Tempo, ma Spazio a quattro dimensioni: altezza, lunghezza, larghezza e tempo, spazio percorribile, vivibile, esattamente come viviamo ciascuno il nostro altro, la persona che amiamo, che generiamo, che curiamo: nel tempo.
Difficile interessarsi al Vuoto in arte senza che il pensiero non cada subito su Fabio Mauri:“La Storia è un incubo da cui sto tentando di svegliarmi”(James Joyce) potrebbe essere l’emblema araldico di quest’artista: gli apparati rivestono sempre il loro potere di un’estetica raffinatissima, di tecnologie all’avanguardia ed esclusive: l’epoca scorre davanti ai nostri occhi con i feticci delle peggiori atrocità, gli oggetti le fissano per l’eternità, l’estetica è ancora potere, la stessa nostalgia è oppressione: il sogno di una potenza egemone che ha attraversato un secolo è nudo. Svanito quell’incubo se ne è sostituito un secondo: il piffero delle immagini che oggi attraversano l’etere in lungo e in largo ha decretato la fine del corpo: The end. E’ un vuoto che ci riguarda tutti.
In un celebre convegno a Roma alla Scuola della Garbatella, in cui il mondo dell’arte italiana incontrava il nuovo “sciamano”, un Beuys convinto che l’azione politica fosse ancora possibile, Mauri, con una domanda cruciale che cassava ogni illusione, gli ha opposto una linea: l’azione vera, risolutiva, effettuale, senza alcuna compromissione politica è attraverso il linguaggio: privare gli oggetti del loro valore estetico, svuotarli di ogni estetismo con diabolica attenzione è ancora linguaggio, precisione di linguaggio.
In questo senso, tra gli artisti della Galleria Michela Rizzo di Venezia abbiamo creduto opportuno scegliere coloro che a nostro avviso hanno lavorato da sempre sul vuoto, da angolazioni di ricerca diversi ma con la stessa precisione di linguaggio visivo.
Concludo le motivazioni che mi hanno spinto a proporre questa mostra alla Galleria Michela Rizzo ricordando che la proposta non può esaurirsi in una sequenza di immagini digitali ma, quando le circostanze lo permetteranno, aspira al corpo, allo spazio reale. In un momento come questo, in cui il pensiero debole ha fatto il Pieno (in senso figurato, ma anche oggettivo), c’è ancora molto lavoro
da fare. “La cattedrale dell’arte è costruita con le pietre delle eresie artistiche”(V. Sklowski): portiamo la nostra, e ci aspettiamo che altri, soprattutto giovani, ci aiutino a issarla. Siamo aperti.

FDL

Ivan Barlafante (Giulianova, 1967) vive e lavora a Roma.

La ricerca artistica di Ivan Barlafante indaga il rapporto tra dimensione naturale e spirituale attraverso un linguaggio artistico che, a partire dall’arte concettuale, unisce elementi provenienti dalla Land Art, da Fluxus e dall’Arte Povera. Coniugando materiali di produzione industriale ed elementi naturali, così come mezzi di espressione diversi quali suoni e giochi di luci, le sue opere sono capaci di interagire con l’osservatore a più livelli, intellettuali ed estetici, fornendo gli strumenti per riflettere sul rapporto che lega l’uomo alla natura. L’artista, con il suo lavoro cerca, come un alchimista, di trasformare la materia, iniziando l’osservatore verso un percorso di indagine e conoscenza. Nell’osservazione di molte opere, come per esempio le sculture composte da elementi naturali sui quali è applicata una superficie riflettente, l’osservatore è portato a domandarsi cosa stia osservando. La percezione di “quell’oltre” contribuisce a svelare e rivelare la realtà, dove la bellezza e la fascinazione per l’arte rappresentano ulteriori sussidi per la scoperta dell’essenza delle cose e della natura. E secondo Ivan Barlafante è proprio il bello estetico a consentire alla dura e tremenda realtà di palesarsi agli occhi dell’uomo. Ma è proprio questo meccanismo che porta l’essere umano a intraprendere un percorso verso la conoscenza, portando a individuare e, forse anche a comprendere, ciò che di divino è presente nel reale.

Nel 1998 Balafante ha costituito il gruppo artistico ICE BADILE studio con E. Leofreddi, C. Longo, C. Di Carlo e A. Orsini.

Tra le principali mostre ricordiamo Andromeda e Cassiopea, una mappa stellare in acciaio a specchio con cui riveste un’intera piazza di Praga nell'ambito di Praga Capitale Europea della Cultura; Nel 2001 partecipa alla VIII^ Biennale d’Arte del Cairo e alla mostra Cosa arcana e stupenda a cura di Andrea Bellini; nel 2004 fa la personale dal titolo “In me” presso la galleria Oredaria a Roma; nel 2006 realizza ed espone l’istallazione I Love You per il Tempietto del Carmelo a Roma. Nel 2009 l’opera TI AMO viene selezionata per il film La casa sulle nuvole di Claudio Giovannesi, vincitore come miglior opera prima al Festival del Cinema di Roma del 2012. Nel 2014 partecipa alla Bienal del Fin del Mundo al Museo a Mar del Plata in Argentina; l’anno successivo è tra i protagonisti della mostra Flags presso la Serra dei Giardini a Venezia come evento collaterale alla Biennale. Nel 2016, per la Fondazione La Verde La Malfa presso il Parco dell’Arte di Catania, ha realizzato l’installazione site-specific permanente Perché io sono te. Lo stesso anno la Galleria Michela Rizzo di Venezia ospita la mostra personale dal titolo L’orizzonte rovesciato, a cura di Laura Cherubini. Nel 2017, dopo aver concluso la mostra 45° 27' 22" N 12° 23' 10" E promossa dalla galleria Michela Rizzo presso l’isola del Lazzaretto Nuovo a Venezia, l’artista espone il suo lavoro al Grande Museo del Duomo di Milano nella mostra Limiti-Confini a cura di Sabino Maria Frassà e partecipa come giudice alla quinta edizione del premio Cramun. Sempre nel 2017 vince il premio Level 0 dato da ArtVerona, che lo porterà alla realizzazione, nel 2018, della mostra site specific dal titolo La bellezza dell’inutile negli spazi dei Musei Civici di Bassano del Grappa a cura di Chiara Casarin; partecipa alla mostra Tutta l’arte è imitazione della natura a cura di Manuela Evangelista presso il Museo Orto Botanico Roma; partecipa a Avevo 20 anni presso la Villa Bagatti Valsecchi di Varedo a cura di Sabino Maria Frassà; realizza la mostra personale Tremendo: il bello è solo l’inizio presso lo spazio Gaggenau a Milano a cura di Sabino Maria Frassà con la courtesy della Galleria Michela Rizzo; la mostra I am what I do with my hands press oil MAAM Museo delle Arti Applicate del Mobile a Villa Dionisi, Cerea – Verona, a cura di Manon Comerio.