FEDERICO DE LEONARDIS

La Spezia, 1938



Inaugurazione: venerdì 15 Aprile, ore 18:00

13 Aprile - 28 Maggio 2016

Venerdì 15 Aprile si inaugura a Venezia, nelle ampie sale della Galleria di Michela Rizzo alla Giudecca, la mostra dell'artista Federico De Leonardis. Ligure di nascita e milanese d'adozione, questo scultore lavora da sempre sullo spazio che lo ospita. La sua è una ricerca del delicato equilibrio fra la presenza e l'assenza, dove la prima è affidata sempre a resti, scarti, tracce di eventi di energia sviluppatasi altrove e la seconda alla memoria automatica comune a tutti noi. Estremamente significative dell'opera di quest'artista lo studio che Donata Feroldi sta conducendo su di lui. Ne riproduciamo qui di seguito un estratto:
“Cosa viviamo oggi nel mondo occidentale, ma potremmo dire tranquillamente ovunque ormai nel mondo tutto? Un grande vuoto che nessuno vuole guardare, perché il vuoto fa paura, perché il vuoto parla della morte, perché parla della solitudine, parla della precarietà, parla del nascere, parla del morire, di tutto quello di cui non vogliamo parlare e di cui non vogliamo occuparci. Quale è la reazione di fronte a questo grande vuoto? Riempirlo, come dicono i francesi, de n'importe quoi, non importa cosa, purché lo riempiamo. Ecco quindi che replichiamo l'esistente con un eco che si ripercuote all'infinito, ecco il museo, non come il luogo dell'attenzione, ma della replica, ecco la storia come studio della ripetizione, della moltiplicazione dell'oggi nel passato ed ecco il consumismo come reiterazione all'infinito dell'atto più assoluto, irripetibile, unico dell'uomo, l'atto fatto per l'altro uomo, nell'unicità del momento che lo vive (e non a caso produce un altro uomo), ed ecco infine i sottoprodotti di questo riempimento dilagare ovunque a soffocarci perfino nel più profondo del Sahara. Il do ut des, la negazione stessa dell'umano, la negazione stessa della generosità, è all'origine di questo vuoto. Anche l'arte oggi partecipa a questa grande kermesse: nel soggettivismo, nell'originalità formale anch'essa trova l'alibi al riempimento del vuoto. Essa non è più generosa, non è più trasgressiva.
Ma l'arte non può rinunciare al suo compito principale pena la propria morte: l'arte è generosa violenza, “un'ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi” (Kafka). Quale il suo compito primo, imprescindibile oggi? Darci a vedere questo vuoto.

Federico De Leonardis è nato a La Spezia (1938).

Vissuto a Lerici fino al termine del liceo, ha studiato ingegneria prima a Roma e poi a Genova e successivamente architettura a Firenze. Dal 1963 vive a Milano dove per una decina d’anni ha lavorato come urbanista, partecipando allo studio operativo di Piani di Sviluppo Industriale per la Cassa del Mezzogiorno e Piani turistici per varie regioni. E’ sposato e ha tre figli. Abbandonata la professione, dal 1973 si dedica esclusivamente all’arte. Dopo un periodo di volontaria clausura di studio, la prima mostra personale (ex S. Carpoforo a Milano,’78) inaugura la sua carriera d’artista, che lo vede partecipare nel tempo a numerose personali e collettive sia in Italia che all’estero. Facendo tesoro delle passate esperienze nel campo dell’architettura e dell’ingegneria, la sua ricerca mantiene vivo interesse per la spazialità, producendo lavori che trovano la loro espressione ideale soprattutto in grandi installazioni, sia in spazi privati di galleria che all’aperto in spazi pubblici. Le sue opere non possono definirsi sculture nel senso stretto della parola, ma costruzioni spaziali che coinvolgono i materiali più disparati legati alla storia dei luoghi spesso non deputati che le ospitano: nelle sue installazioni De Leonardis ama lavorare sui resti di una memoria ancora viva legata ad essi, utilizzandoli come calchi di un passato indelebile di cui narrano la storia.
Uno dei primi lavori realizzati da quest’artista (Ravatti) nasce a Lerici, sui luoghi della sua infanzia, ed è una memoria di quando da ragazzo raccoglieva sulla battigia oggetti abbandonati che il mare trasforma col suo incessante movimento fino a renderne irriconoscibile l’origine e la funzione. L’installazione, costituita da migliaia di resti “naturalizzati” da lui raccolti sulle rive di tutto il Mediterraneo, è stata presentata una prima volta a Stuttgart, in occasione del IX Kunstistorische festival (’79) e successivamente al Museo del Palazzo dei Diamanti, a Ferrara (nei primi anni 80). Ma l’interesse per la materia disfatta o consumata dall’uso, suscitatrice di memorie collettive (un esempio dei primi anni d’attività il suo Novemiliardidinomididio) è evidente in tutte le installazioni successive, in cui si evidenzia una pregnante attenzione al valore del vuoto, all’assenza piuttosto che alla presenza. In un mondo che denuncia in modo oggi lampante il suo horror vacui e che per fuggire la sua paura della morte riempie ossessivamente ogni spazio, inquinando ogni angolo visivo, De Leonardis si dimostra artista della tabula rasa, del passo indietro: in apparente contraddizione con le sue origini e i suoi studi, distrugge anziché costruire, svuota anziché riempire, lasciando semplicemente alcune tracce, che scavano però nel profondo di tutti noi memorie sepolte e finalmente riemerse. Definire concettuale questo “architetto dello spazio” è riduttivo: in lui la materia è prima di tutto il calco di un’energia impiegata da altri, fisica e psichica nel contempo, e non ha alcun valore formale in senso stretto: la forma a cui pervengono le sue opere è più per sottrazione che per aggiunta, “vuoti a perdere”(secondo l’espressione di Fausto Melotti), vuoti che, attraverso la materia che li connota, memoria di un qualche evento in cui sono stati coinvolti, costruiscono geometrie semplici ma rigorose, elementarizzando la tensione euclidea tipica dell’architettura.
Le sue Ossa di Shelley, bassorilievi in marmo e in pietra calcarea, sorta di charade, omaggi alla parola poetica “semi cancellata dal mare”, occasionate (’85) dall’epigrafe presente su casa Magni, l’ultima dimora del poeta a S. Terenzo, sono un esempio molto pregnante dell’importanza che l’artista attribuisce alla memoria. Ma l’attenzione a questa potente molla delle nostre azioni è presente in tutte le sue opere, comprese quelle apparentemente più concettuali, come il suo Autoritratto nello specchio convesso, raccolta di documenti ufficiali, testimonianze lampanti della violenza del tempo e delle istituzioni sociali sull’individuo.
Fare un elenco delle sue numerose “invenzioni”, nel senso originario della parola, è sterile: le opere di De Leonardis (i Musei, i Muri, le Carceri, le Compressioni ecc.) vanno viste direttamente. Come ha espresso chiaramente Luigi Grazioli in un racconto a lui dedicato, nei suoi lavori bisogna “attraversare uno spazio che ti attraversa” e le immagini fotografiche o digitali che li documentano, pur necessarie e indicative, sono del tutto insufficienti a esprimere il complesso messaggio che essi vogliono trasmettere. Comunque questo artista si dimostra attento anche agli aspetti grafici della documentazione sui propri lavori e sensibile alle valenze letterarie degli scritti propri e altrui di cui queste sono corredate.
Abbiamo di lui sia “libri d’artista” (Sonata in mi minore, D’après Beuys, Comunicato), sia opere a tiratura numerata (Album, Il Pendolo De Leonardis, Coni d’ombra, Firmanento nero, Curriculum, Chiarire, Didascalie e Trame di famiglia), sia veri e propri libri illustrati (Eclissi, In forma, Extempora). La questione dei rapporti dell’arte col mondo sociale ed economico fa parte dei suoi interessi di intellettuale. Infatti DL è autore di un blog dal titolo significativo (Fuori dai denti), i cui post sono occasionati da mostre o eventi che attirano la sua attenzione.
I suoi interessi per l’architettura vera e propria si sono espletati nella costruzione o nella ristrutturazione di pochi edifici e nella produzione di numerosi oggetti d’uso, che lui definisce di “antidesign” (lampade, tavoli, librerie, poltrone ecc.), presenti in collezioni private, esposti in mostre e pubblicati su riviste specializzate del settore.
Documentazioni su di lui, oltre che nel sito della GalleriaMichelaRizzo, possono essere reperite presso la Galleria Belvedere, la Galleria Cilena e la Galleria Continua, presso le quali egli ha lavorato.