FEDERICO DE LEONARDIS

La Spezia, 1938



"Vuoto a perdere: rigiro la bottiglia fra le mani, avrà pure un qualche significato!"

Fausto Melotti, in Linee

Il corpo del vuoto

Una contraddizione in termini. Il vuoto non è un concetto astratto, qualcosa di impalpabile che appartiene all’immaginazione prodotta dalle nostre cellule grigie; esso impegna fin da subito le nostre esistenze, dal momento in cui il primo vagito dal limbo del nulla ci fa precipitare nel divenire, a quello in cui dovremo rendere l’ultimo respiro. Il vuoto è Tempo, prima di tutto. Non il Cronos saturnino dei nostri orologi, che ne registrano l’inesorabile procedere come una conseguenza del moto eterno delle stelle, in un firmamento che col Mito ha occupato la fantasia dei nostri progenitori. Non quella “corrente che trascina via ogni cosa e subito la sostituisce”, il Potamos di Marco Aurelio. Il Tempo vuoto è qualcosa di più concreto e insieme più forte del ticchettio dei nostri orologi. Esso ha sempre un esito e procede a scatti imprevisti e definitivi: un fermo macchina, uno stop. Eraclito sosteneva che non si attraversa mai lo stesso fiume.
Il Vuoto è cosa, oggetto tangibile, corpo concreto. Non quello che la cultura dei nostri padri definiva con la formula “Valori plastici”, separandolo dal Tempo, ma Spazio a quattro dimensioni: altezza, lunghezza, larghezza e tempo, spazio percorribile, vivibile, esattamente come viviamo ciascuno il nostro altro, la persona che amiamo, che generiamo, che curiamo: nel tempo.
Difficile interessarsi al Vuoto in arte senza che il pensiero non cada subito su Fabio Mauri:“La Storia è un incubo da cui sto tentando di svegliarmi”(James Joyce) potrebbe essere l’emblema araldico di quest’artista: gli apparati rivestono sempre il loro potere di un’estetica raffinatissima, di tecnologie all’avanguardia ed esclusive: l’epoca scorre davanti ai nostri occhi con i feticci delle peggiori atrocità, gli oggetti le fissano per l’eternità, l’estetica è ancora potere, la stessa nostalgia è oppressione: il sogno di una potenza egemone che ha attraversato un secolo è nudo. Svanito quell’incubo se ne è sostituito un secondo: il piffero delle immagini che oggi attraversano l’etere in lungo e in largo ha decretato la fine del corpo: The end. E’ un vuoto che ci riguarda tutti.
In un celebre convegno a Roma alla Scuola della Garbatella, in cui il mondo dell’arte italiana incontrava il nuovo “sciamano”, un Beuys convinto che l’azione politica fosse ancora possibile, Mauri, con una domanda cruciale che cassava ogni illusione, gli ha opposto una linea: l’azione vera, risolutiva, effettuale, senza alcuna compromissione politica è attraverso il linguaggio: privare gli oggetti del loro valore estetico, svuotarli di ogni estetismo con diabolica attenzione è ancora linguaggio, precisione di linguaggio.
In questo senso, tra gli artisti della Galleria Michela Rizzo di Venezia abbiamo creduto opportuno scegliere coloro che a nostro avviso hanno lavorato da sempre sul vuoto, da angolazioni di ricerca diversi ma con la stessa precisione di linguaggio visivo.
Concludo le motivazioni che mi hanno spinto a proporre questa mostra alla Galleria Michela Rizzo ricordando che la proposta non può esaurirsi in una sequenza di immagini digitali ma, quando le circostanze lo permetteranno, aspira al corpo, allo spazio reale. In un momento come questo, in cui il pensiero debole ha fatto il Pieno (in senso figurato, ma anche oggettivo), c’è ancora molto lavoro
da fare. “La cattedrale dell’arte è costruita con le pietre delle eresie artistiche”(V. Sklowski): portiamo la nostra, e ci aspettiamo che altri, soprattutto giovani, ci aiutino a issarla. Siamo aperti.

FDL

Federico De Leonardis (La Spezia, 1938).

Vissuto a Lerici fino al termine del liceo, ha studiato ingegneria prima a Roma e poi a Genova e successivamente architettura a Firenze. Dal 1963 vive a Milano dove per una decina d’anni ha lavorato come urbanista, partecipando allo studio operativo di Piani di Sviluppo Industriale per la Cassa del Mezzogiorno e Piani turistici per varie regioni. E’ sposato e ha tre figli. Abbandonata la professione, dal 1973 si dedica esclusivamente all’arte. Dopo un periodo di volontaria clausura di studio, la prima mostra personale (ex S. Carpoforo a Milano,’78) inaugura la sua carriera d’artista, che lo vede partecipare nel tempo a numerose personali e collettive sia in Italia che all’estero. Facendo tesoro delle passate esperienze nel campo dell’architettura e dell’ingegneria, la sua ricerca mantiene vivo interesse per la spazialità, producendo lavori che trovano la loro espressione ideale soprattutto in grandi installazioni, sia in spazi privati di galleria che all’aperto in spazi pubblici. Le sue opere non possono definirsi sculture nel senso stretto della parola, ma costruzioni spaziali che coinvolgono i materiali più disparati legati alla storia dei luoghi spesso non deputati che le ospitano: nelle sue installazioni De Leonardis ama lavorare sui resti di una memoria ancora viva legata ad essi, utilizzandoli come calchi di un passato indelebile di cui narrano la storia.
Uno dei primi lavori realizzati da quest’artista (Ravatti) nasce a Lerici, sui luoghi della sua infanzia, ed è una memoria di quando da ragazzo raccoglieva sulla battigia oggetti abbandonati che il mare trasforma col suo incessante movimento fino a renderne irriconoscibile l’origine e la funzione. L’installazione, costituita da migliaia di resti “naturalizzati” da lui raccolti sulle rive di tutto il Mediterraneo, è stata presentata una prima volta a Stuttgart, in occasione del IX Kunstistorische festival (’79) e successivamente al Museo del Palazzo dei Diamanti, a Ferrara (nei primi anni 80). Ma l’interesse per la materia disfatta o consumata dall’uso, suscitatrice di memorie collettive (un esempio dei primi anni d’attività il suo Novemiliardidinomididio) è evidente in tutte le installazioni successive, in cui si evidenzia una pregnante attenzione al valore del vuoto, all’assenza piuttosto che alla presenza. In un mondo che denuncia in modo oggi lampante il suo horror vacui e che per fuggire la sua paura della morte riempie ossessivamente ogni spazio, inquinando ogni angolo visivo, De Leonardis si dimostra artista della tabula rasa, del passo indietro: in apparente contraddizione con le sue origini e i suoi studi, distrugge anziché costruire, svuota anziché riempire, lasciando semplicemente alcune tracce, che scavano però nel profondo di tutti noi memorie sepolte e finalmente riemerse. Definire concettuale questo “architetto dello spazio” è riduttivo: in lui la materia è prima di tutto il calco di un’energia impiegata da altri, fisica e psichica nel contempo, e non ha alcun valore formale in senso stretto: la forma a cui pervengono le sue opere è più per sottrazione che per aggiunta, “vuoti a perdere” (secondo l’espressione di Fausto Melotti), vuoti che, attraverso la materia che li connota, memoria di un qualche evento in cui sono stati coinvolti, costruiscono geometrie semplici ma rigorose, elementarizzando la tensione euclidea tipica dell’architettura.
Le sue Ossa di Shelley, bassorilievi in marmo e in pietra calcarea, sorta di charade, omaggi alla parola poetica “semi cancellata dal mare”, occasionate (’85) dall’epigrafe presente su casa Magni, l’ultima dimora del poeta a S. Terenzo, sono un esempio molto pregnante dell’importanza che l’artista attribuisce alla memoria. Ma l’attenzione a questa potente molla delle nostre azioni è presente in tutte le sue opere, comprese quelle apparentemente più concettuali, come il suo Autoritratto nello specchio convesso, raccolta di documenti ufficiali, testimonianze lampanti della violenza del tempo e delle istituzioni sociali sull’individuo.
Fare un elenco delle sue numerose “invenzioni”, nel senso originario della parola, è sterile: le opere di De Leonardis (i Musei, i Muri, le Carceri, le Compressioni ecc.) vanno viste direttamente. Come ha espresso chiaramente Luigi Grazioli in un racconto a lui dedicato, nei suoi lavori bisogna “attraversare uno spazio che ti attraversa” e le immagini fotografiche o digitali che li documentano, pur necessarie e indicative, sono del tutto insufficienti a esprimere il complesso messaggio che essi vogliono trasmettere. Comunque questo artista si dimostra attento anche agli aspetti grafici della documentazione sui propri lavori e sensibile alle valenze letterarie degli scritti propri e altrui di cui queste sono corredate.
Abbiamo di lui sia “libri d’artista” (Sonata in mi minore, D’après Beuys, Comunicato), sia opere a tiratura numerata (Album, Il Pendolo De Leonardis, Coni d’ombra, Firmanento nero, Curriculum, Chiarire, Didascalie e Trame di famiglia), sia veri e propri libri illustrati (Eclissi, In forma, Extempora). La questione dei rapporti dell’arte col mondo sociale ed economico fa parte dei suoi interessi di intellettuale. Infatti DL è autore di un blog dal titolo significativo (Fuori dai denti), i cui post sono occasionati da mostre o eventi che attirano la sua attenzione.
I suoi interessi per l’architettura vera e propria si sono espletati nella costruzione o nella ristrutturazione di pochi edifici e nella produzione di numerosi oggetti d’uso, che lui definisce di “antidesign” (lampade, tavoli, librerie, poltrone ecc.), presenti in collezioni private, esposti in mostre e pubblicati su riviste specializzate del settore.
Documentazioni su di lui, oltre che nel sito della GalleriaMichelaRizzo, possono essere reperite presso la Galleria Belvedere, la Galleria Cilena e la Galleria Continua, presso le quali egli ha lavorato.