FABIO MAURI

Roma, 1926



22 settembre - 30 novembre 2013

Non ho mai amato il soldato.
L’idea di questa mostra nasce da aver visto la guerra dal vivo, e non aver smesso di vederla dal dopoguerra ad oggi. Da un film di Grigorij Tchoukhrai, usato di recente in una performance a Los Angeles, ho ripensato al tema.
In “La ballata di un soldato” un militare ottiene una licenza. Abbandona il fronte attraverso retrovie di guerra. Incrocia forme di vita sospese, un pò di natura intatta, la fame placata, qualche cenno di allegria, trova persino il grandissimo amore, fino a giungere in vista del suo paese.
La guerra accorcia le distanze tra vita e morte. Quella fuga attraverso il
disastro è stata un’avventura intensa, segretamente felice.
Il viaggio è stato lungo, la licenza è bruciata. Abbraccia la madre. Deve ripartire. Scrive S.Paolo a Timòteo. “Ho combattuto la buona battaglia” come un soldato. Ed è pronto a morire.
Due memorie che ho collegato, e dedicato a l’artista.
Anche l’artista è un buon soldato, (non è sempre buono, ma ha un rapporto di coscienza esercitato). Accusa il mondo, ma gli si confessa di continuo. Tende a smascherarsi più che a occultarsi sul serio.
Senza avvertirlo si compone in una abituale differenza. In parte lo inorgoglisce, in parte lo affligge: gli inconvenienti di una diversità, la stessa per cui viene accolto, lo relega in una funzione parziale.
La diversità è avvertita come un fuori norma, persino colpevole, non poco asociale. Lo è.
La sua in effetti comporta pensieri particolari in così gran numero da farsi seconda o addirittura originaria natura. Un’origine che spunta alla fine è un controsenso, ma in arte così accade.
In diverse misure, la diversità è di tutti. E’ l’io, la singolarità dell’io. In uomini soggetti a patologie, la diversità è addirittura superiore.
Ho sempre visto il poeta come individuo poco comune, nel senso della sua costituzione intellettuale, del destino quindi, non nel senso della follia, che é un blocco conclusivo del destino, la sua fine.
Anche quando sembra vittorioso, il poeta emana ansia. E’ troppo esposto. Majakowskij descrive bene questo stato di cose. Può cadere nel baratro persino per mezzo di onori. Marinetti fu promosso a cariche accademiche in tempi di scontro ideologico tra futurismo e fascismo. Accettò l’offerta. Mise spontaneamente il capo sulla ghigliottina.
Il buon soldato si fa cattivo, se crede fino in fondo al sistema che lo onora.
Inoltre buon soldato é il giovane. La cui innocenza e insipienza si equiparano. Il corpo del giovane offre più soluzioni che problemi. Una riserva sconfinata di tempo gli si fa percepire nelle braccia, nelle tempie.
Le premonizioni di vita pulsano nel suo cervello con ritmo più cardiaco che mentale.
Questo giovane, che sono certo stato, e non sono mai stato a causa della coscienza, riemerge più volte.
L’ho rilevato negli studenti di “Che cosa è il fascismo”, in “Ebrea”, (la ragazza ebrea), in “Dramophone” (nei giovani che ballano su canti rivoluzionari), in “Studenti” (negli allievi di Accademia che disegnano il dramma dei giovani cinesi), in “Cina ASIA Nuova” (nell’esecuzione di giovani uomini per mano di altri giovani uomini).
Vedo il giovane come individuo fragile, ciecamente confidente nel processo di maturazione.
Del giovane il potere fa un uso perpetuo, stimandolo vero cliente e vera merce.
Gli indica di ripulirsi, ordinarsi. Lo deve armare, e armato lo conduce a essere spazzato via da qualcosa meno vulnerabile di lui, che é la morte. Non é un potere particolarmente bieco a imporgli questo. E’ il potere o l’istituzione sociale.
Lo sospinge a ribellarsi, intuendo un sopruso sul serio esistente, ma che in egual modo, (l’esperienza é un’abile stratega), risponde a qualcosa che gli sbarra il cammino, lo pilota.
La sfacciataggine del male o dell’ambiguità é il negativo di un comando.
Questo individuo, cronologicamente innocente, mi interessa, fin da quando ero bambino, con perplessità. Osservavo i compagni di scuola come degli illusi della giovinezza, spina di cui non potevo darmi esatto conto. Non me ne sentivo esente, ma il partecipare a quell’infanzia lo avvertivo un passaggio insicuro, per cui transitare felici ma in fretta, accorti.
Molti di loro sono morti in guerra, di difterite, di mali che non esistono più, si sono eliminati dalle biografie del mondo, in un insulso modo d’epoca.
L’incoscienza dell’invisibilità del potere rende il giovane già diverso, fin dai tempi in cui eravamo coetanei. Poteva essere apostrofato in tono semiserio, spinto, giocando, per direzioni di catastrofe. L’educazione mi appariva un sistema per non disturbare il residuo di vita dell’adulto. Che è scarso, rispetto all’idoneità del giovane. Forse non é del tutto vero, (una pedagogia o l’altra esiste), ma in parte lo è, anche ora lo penso.
Se oggi il mondo è cambiato, la libertà, e diversi ideali di un’epoca, sono incorsi in gravi sventure, spesso hanno coinciso con il loro contrario: la costrizione, la disoccupazione, l’infermità, con una dipendenza da qualcosa di non sondato e comune, frequentemente politico, in cui si è configurato ogni sentimento di realtà. Dove è il guato?
Come mettere in guardia un giovane, senza metterlo in guardia?
Senza intimidirlo cioé. Nè spingerlo a una neutralità priva di senso e di punti cardinali.
Senza confinarlo nell’idea, falsa, di una giovinezza incolume, assistita per natura? Forse l’unica é persistere, inesausti, nella critica di coscienza.
Invitare a questa azione mentale.
Serve molta forza, l’impresa si presenta inerme.
I sopraffattori hanno il talento di compiere azioni efficaci per mezzo di una semplificazione radicale. Una bugia che taglia le gambe alla complessità degli elementi in campo.
Distribuisce immediato sollievo, unità di opinione e schiavitù obbligatoria.
Il buon soldato se ne può guardare. E’ armato.
E’ un controsenso? Lo è, se il controsenso permane la scelta di fondo della
vita.
Fabio Mauri
Roma 1998
Il buon soldato
Il soldato é un giovane armato. L’arma spara se il soldato ha il grilletto in testa. Nel pensiero fisso c’é la mira. Far centro é trucidare l’idea di uomo. ,e esiste la legittima difesa bisogna che sia sul serio difesa, per essere sul serio legittima.
Una Grandissima Guerra, è noto, sembra essersi estesa al mondo.
Le vittime che il mondo delle comunicazioni mostra o sono effetti di un montaggio, o sono vere. La vita coincide con la tragedia. Sembrano regolamenti di conti tra epoche.
Età del colonialismo: colonizzati contro imperi coloniali; eccidi tra razze non più diverse ma uguali, vizi contratti da etnie che li hanno subìti; nuove schiavitù tra ex schiavi.
Il linguaggio diverso ha sempre ucciso, l’attualità accende guerre tra dialetti vicini. Difficile distinguere se il mondo é cambiato o uguale. In che parti sia diverso, e in che identico a tempi stimati, con motivo, bui.
E’ vero che i temi fondamentali della vita vengono riflettuti per ultimi.
Ma l’attualità di un secolo, di questo, é senz’altro sanguinaria, stravolto nella coscienza, incalzato da un futuro privo di distanza, privo dei confini obbligatori di una forma. Nella ricerca di eventi, una competenza del mondo, l’esperienza, non gode più di credito.
Forse per via di un’eccessiva grandangolarità dello sguardo, il tempo si rende noto solo se inedito. Dà scacco al presente, che tende a raggrinzirsi. Miliardi di momenti. Pochi millimetri di anni luce.
Ho ricordato giovani artisti morti in guerra, tra me e me: francesi, o italiani, tedeschi, russi, (cubisti, futuristi, espressionisti). Hanno condiviso mostre internazionali e si sono colpiti da trincee nazionali.
Il mondo è questo. Non ci si può far niente, é la conclusione. Non è esattamente un pensiero, è una resa.
Non può essere un pensiero di un giovane, nè di un artista, nè di un uomo di religione.
Questa mostra ha di mira il dover essere del mondo più che il mondo come sembra mostrare d’essere.
Un’utopia, io che odio le utopie. Una riflessione su l’esistenza e l’uomo. La mia cultura linguistica come strumento di esperienza. Una letteratura, come ogni cultura d’arte.
Viene osservata la guerra nell’ordine del suo design, più che nei suoi strazianti effetti. Si individua, in un abito paradossale (nobile e feroce), un’umanità istituzionalmente nemica, egualmente armata.
E’ un tema fuori uso, buono per un monumento. Polvere storica. Ma l’attualità, di fatto, ne è invasa.
Gli occhi contemporanei fissano altrove, su proiezioni astratte campite nella volta dell’informazione o veso o un proprio neo, se un giorno si ammala. Temi certo interessanti, ma distratti dalla catastrofe abituale, che scorre sugli occhi, ai bordi dell’attenzione.
Ogni volta che in arte ho fatto qualcosa di buono, ho traversato un crocevia assurdo, troppo elementare, quasi vuoto, noto. E’ questo caso. Se é un errore, non produce danno, o solo il mio. Se é una verità, ne sono soddisfatto, profondamente. Il piano superiore è segreto
Il soldato percorre un viaggio di ritorno a casa.
Come l’artista, rivede le sue tappe, chiedendosi come mai vi è passato. Cosa lo ha indotto a soggiornare più a lungo in un luogo che in un altro. Ad essere un pittore prima di un tipo, poi di un altro.
Il viaggio dell’artista, uguale a quello di un uomo, attraverso la crescita, la sensibilità, la morte, propria e degli altri, é in grande misura un viaggio dentro la risposta che le sue mani hanno formulato: viaggio per luoghi che ha scelto e gli sono dati, che ha compreso e lo hanno ospitato, immaginato di incontrare o che ha sul serio abitato.
Se ne accorge tardi. La sua vita, così definita, poteva essere molte altre vite. Guardando in giro, ci sono tutte, mille vite incuranti del suo percorso, non meno vissute, cosparse di bene e di male.
Esiste una psicologia dello spirito le cui immagini tattili danno corpo all’invisibile della mente, e certo come i sogni (il paragone é equo), assumono vero peso nella psicologia di un individuo.
La rappresentazione ne fa continuo uso.
Si può anche dire che l’artista interiormente percorre un esterno, come se la mente fosse distesa sotto il suo piede come una strada.
A me stupisce chi raffigura un cavallo, meno se disegna un liocorno.
Dico liocorno per utilizzare all’estremo la componente straordinaria di un paradosso e rendere più evidente il mio pensiero, che il mondo è ciò che si vede, ma che altrettanto si crede, in una semivisibilità reciproca, tra il mondo e l’io. L’invisibilità, resa mondo dall’artista, si compone di elementi che nella loro sostanza, fornita di brani di realtà, edifica un insolito nuovo. Non solo coinvolge il mondo delle materie, ma l’intero planetario delle significazioni, al cui accesso non so bene quali sensi siano i più accreditati.
Certo la mente sa cosa é, e persino i sentimenti vi si orientano.
E’ un sedimento diffuso, l’idea di mondo sfusa in miriadi di individui, un’ineliminabile visione ideologica. Un’ontologia privata che caratterizza l’uomo, come la coda nei cani.
Da questo orizzonte pari, simile a uno stallo, bisogna riannotare le differenze e le utilità: il peggio e il meglio, il bene e il male.
A causa del dolore la vita può essere tutto meno che una pura teoria. Giuste o ingiuste le idee non concedono incolumità.
Il buon soldato, o l’artista, fa per professione la punta alla mente e alla matita.
il terzo segno
Ho rappresentato più volte il simbolo della Stella di Davide come segno di artista. L’ho supposto in diverse opere, e di facile lettura.
In senso grammaticale, l’arte non e, ma somiglia a una religione. E la religione e una diversità costante.
Questa diversità la avverto nell’uomo di confessione ebrea.
Una superiorità di storia, di cui ho seguito i tragitti, mi ha fatto considerare l’ebreo diverso, permeato di un destino elevato, anzi eccessivo.
Pensiero pericoloso. Ma io non voglio recare danno con un buon pensiero a chi amo.
L’ho talmente avvertito che ho identificato, forse impropriamente, l’artista con l’ebreo. Ho eseguito disegni e opere di duplice referenza, al destino d’artista, e a quella dell’ebreo. Un giovane Davide, o un vecchio Abramo, mio padre o me stesso da giovane. Sebbene, devo ricordare, io non sia ebreo.
La prima vocazione dell’arte è di riuscire ad essere ciò che a quel momento non è mai stata.
Una totalità fiorisce nell’angolo di uno studio. Un parto a casa, fuori clinica.
Il (o un) senso, credo religioso, dell’universo mi porta a incaricare gli oggetti di dire ciò che provo. Gli oggetti, infiniti, formano la totalità dell’universo. Indicano cosa ammirare, che evitare, cosa cogliere. Ingannano, feriscono, oppure confortano.
Il sogno degli oggetti sono altri oggetti.
Due oggetti accostati, mi insegnava Richard Foreman, (una volta ho recitato per lui), si mettono da soli in relazione tra di loro. E’ solo in parte vero. Gli oggetti affermano qualcosa, mai un discorso intero. Si deve condurre il senso della loro persistenza in un significato a una proposizione, distesa e creduta.
La nostra raccolta di cose é l’interpretazione. Più che un’idolatria è una devozione ai modelli fisici che l’universo compone. L’individuazione della forma in cui l’universo è formato.
Io credo, come credevano anticamente, che i fatti e gli oggetti siano il primo linguaggio, a gesti immobili o dinamici, di Dio.
nota:
In questo scritto ho evitato spiegazioni linguistiche minuziose, relative a
quel che espongo.
Ma il testo può essere decifrato interamente in questo senso.
Comunque, disinteressato alle materie prime, prive d’uomo, ho fatto dipingere il ferro. Ne è sorto un paesaggio notturno, d’acqua, con alberi e orizzonti. Una fotografia fatta ferro. La casa e la guerra sono emersi quali poli antagonisti.
Quanto allo stile, la combinazione delle forme dell’uomo è la mia attitudine, non da oggi. L’ho detto tempo fa: la pittura per me è un collage. Persino un acquerello. Un collage di materie e pensiero lo è di certo. Entrambi condividono la vita come materia e l’inclinazione simbolica della mente.
Il pensiero non opera che per forme. Si precisa per forme chiuse. Come gli
oggetti.
mi devo dire ancora qualcosa
L’arte è luogo dove ciò che l’uomo crede viene espresso, in modo anche profetico o predicatorio. Se l’artista è partecipe di una confessione, (cristiana, ebrea, musulmana), difficilmente riesce a mantenere ortodossa la sua espressione. I1 linguaggio gli si modifica nelle mani, introduce cose che egli apprende mentre le compone. La momentanea bellezza può fare impazzire la ragione. Mai la poesia. Nel suo luogo non si riesce a comporre una bugia integrale.
Non é l’uomo che é cambiato, forse, nè il mondo.
Dio é cambiato. Non si è fatto addomesticare dalle nozioni d’epoca nè della scienza, e forse nemmeno dell’arte, su cui non ha mai detto una parola.
L’universo avverte che Dio è sempre stato diverso. Astruso è decifrare, senza sgomento, il linguaggio a gesti di Dio nei fatti.
Essenzialmente Dio é nel punto cardinale del futuro. L’ho sentito dire da un pastore protestante e letto in un testo musulmano. Sono cattolico, questo modo di pensare mi emoziona.
La natura è violenta, uccide, si nutre, ha le spine, offende. Come l’uomo, o il giovane soldato.
Che la vita sia una battaglia è più un dato biologico che una visione d’epoca.
Le vicende tragiche del mondo mostrano un Dio biblico, non così serenamente catechistico.
Le ipotesi che la fisica dell’universo sottolinea indicano la differenza tra quest’uomo e l’attualità di Quel Dio.
Conduttore di misura, il Figlio dell’uomo è la figuratività di un Dio impensabile, oltre ogni idea di astrazione. Ma al di là dell’enigma della tragedia, è amoroso.
E’ la rete sotto per l’uomo contemporaneo. Confidente in un immanentismo televisivo, esoterico. Il giudizio finale è escluso. L’eternità atterrisce, non a torto. L’uomo moderno è molto provato dai suoi giorni, persino felici.
Nonostante ogni gioia, la vita è stimata l’unico meritato inferno. Basta viverla per agguantare un compenso. Come se le parti fossero assegnate in un dramma gratuito distributivamente doloroso. Il senso finale è la sicurezza, probabilmente infondata, da cui devono discendere i premi dell’Essere a
l’Esistente.
Mi spingo a incaricare gli oggetti di dire ciò che vedo. Perchè credo che l’uomo pensi in un sistema a posteriori. Ogni oggetto e pensiero è una pietra di asteroide, prima di me.
Forse non so più cosa faccio: p-Eso tuttora alla vita e ai suoi enigmi. Non è
una professione. Non saprei nemmeno definirla. Credevo di guarire dal
pensiero. In me non metodico, solo costante. Come una mosca prigioniera uscire dal bicchiere capovolto.
Per fortuna, me ne è sempre mancato il tempo.

Nato a Roma nel 1926, morto nel 2009.

Le basi del lavoro dell’artista sono già tutte nell’esperienza dei suoi primi diciotto anni di vita: la guerra, la conversione, la follia, il dramma degli amici ebrei mai più tornati, la scoperta del fascismo reale. A partire dal 1956 l’artista opera nelle fila dell’avanguardia italiana. Pittura, mostre, conferenze, performance o teatro si costituiscono in Mauri come atti di un unico “luogo” espressivo. Un’idea unitaria della forma che coincide con una “cultura” e un giudizio sul proprio tempo, ineliminabile per la visibilità stessa dell’universo.
Nel 1968 con Balestrini, Sanguineti, Eco, Porta, Barilli, Filippini, Arbasino, Colombo, Manganelli, Giuliani, Costa, Celli, Guglielmi, Pagliarani, fonda la rivista “Quindici”. Negli anni ’70 l’opera di Mauri si incentra sull’ideologia come soggetto/oggetto degli atti espressivi. Un’analisi critico-ideologica dei linguaggi: nasce il testo della performance Che cosa è il fascismo (1971, Krachmalnicoff), seguito dai libri d’artista Linguaggio è guerra (1975, Marani Editore), eManipolazione di cultura (1976, La Nuova Foglio). Nello stesso anno fonda la rivista d’arte e critica “La Città di Riga” insieme a Boatto, Calvesi, Kounellis, Silva. Nel 1973, condividendo l’ispirazione degli Uffici per la Immaginazione Preventiva, apre a Rio de Janeiro una “settima sezione”, e negli anni seguenti partecipa a molte iniziative promosse dagli Uffici. Dal 1979 insegna “Estetica della sperimentazione” all’Accademia di Belle Arti de l’Aquila, e scrive articoli e saggi su varie riviste d’arte. Nel 1984 pubblica il volume Cosa è, se è, l’ideologia nell’arte, (Il Bagatto, Università di Roma “La Sapienza”), prima raccolta di testi dell’artista, editi e inediti, sulle opere degli anni Settanta, Seguito da Storia di un manifesto mancato, pubblicato in Arte in Italia 1960-1985 (1988, Politi). Nel 1994 un’ampia raccolta dei suoi testi e conferenze è presente in Fabio Mauri: Opere e Azioni 1954-1994, (Mondadori/Carte Segrete), libro-catologo pubblicato in occasione della restrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.