ANTONIO ROVALDI

Parma, 1975



a cura di Davide Ferri

Inaugurazione: venerdì 24 settembre 2016, ore 18

24 settembre - 30 novembre 2016

Dear Michael, from Edgecombe to Qumalai, alla galleria Michela Rizzo, è la seconda occasione in cui Michael Hoepfner e Antonio Rovaldi realizzano una mostra insieme: la prima si era svolta a Prato nel 2010 al Magazzino 1b, aveva un titolo un po’ impronunciabile, Shorakkopoch, e celebrava l’incontro tra i due artisti che si erano conosciuti a New York quando si trovavano in residenza presso l’ISCP.
Shorakkopoch era anche il titolo di un lavoro a quattro mani, un video che documentava una lunga camminata che Rovaldi e Hoepfner avevano intrapreso dandosi la mano (uno era bendato, l’altro indossava delle cuffie che gli impedivano di percepire i rumori della città), lungo la Broadway da Wall Street sino all’estremità settentrionale di Manhattan, dove si trova, appunto, Shorakkopoch, che è poi il nome indiano di Inwood Park, un luogo che sulla mappa sembra proprio ciò che quel nome significa, “un angolo tra due spigoli”.
La camminata verso Shorakkopoch fu per Antonio e Michael un viaggio a ritroso nel tempo, da un luogo simbolo della città verso la fine della metropoli, un approdo a una dimensione di wildness che entrambi gli artisti, da sempre e in forme diverse, cercano nei loro lavori. In un certo senso Shorakkopoch era per loro l’inizio del paesaggio.
Di quella mostra, oltre al video, facevano parte i ‘paesaggi strappati’ di Rovaldi - foto trovate su vecchie riviste e libri illustrati che l’artista strappava e poi ricomponeva con precisione in modo che lo strappo centrale entrasse a far parte dell’immagine - e un grande intervento di Hoepfner, una specie di tenda, realizzata con semplice filo e nastro adesivo, che si espandeva in tutto lo spazio tenendo insieme le opere in mostra che, pur eterogenee, sembravano far parte di un unico racconto.
Dear Michael, from Edgecombe to Qumalai, è idealmente la prosecuzione di quella mostra e di quella camminata: la ripresa di un dialogo a distanza - le cui estremità sono proprio quei due luoghi lontani indicati nel titolo - e la verifica di nuove possibili convergenze e interessi comuni dopo più di sei anni.
Michael Hoepfner da qualche tempo vive a Vienna, ma, con uno zaino, una tenda e qualche taccuino, continua a fare lunghi viaggi a piedi in territori deserti, lontani e di confine (tra Cina e Tibet, e di recente anche nell’Europa mediterranea e balcanica) che sembrano resistere alla globalizzazione o dove sono possibili altre forme di vita antropica. Durante questi viaggi la solitudine di Michael è totale
I viaggi di Antonio Rovaldi, che per lunghi periodi continua a vivere a New York, seguono invece altre traiettorie, da est verso ovest, come a ripercorrere un movimento che ha segnato tutta la cultura america- na, o lungo i perimetri di città e territori molto diversi tra loro, come il viaggio in bicicletta su dissestate strade statali e provinciali che lo ha portato da Genova a Trieste seguendo tutto il perimetro della co- sta italiana (Orizzonte in Italia, 2011-2015). Quel viaggio è diventato una mostra e un libro che reca le immagini di un lungo orizzonte continuo, interrotto da pochi segni e ingombri che raccontano i mu-tamenti atmosferici e la progressione di un paesaggio che cambia.
Anche Hoepfner fotografa orizzonti, sempre molto alti nell’immagine ad escludere il cielo, come per misurare, nella solitudine del deserto, lo spazio di terra compresa tra il suo corpo e un limite irraggiungibile. Di Hoepfner, in mostra a Venezia, non ci sono solo le fotografie: ci sono anche le serie di collage recenti, dove le fotografie si combinano con le mappe piene di note e appunti che accompagnano ogni viaggio, e i disegni, piccole carte su cui tratti e linee possono descrivere tende di popolazioni nomadi, il profilo di catene montuose, l’intersezione di fiumi e corsi d’acqua visti dall’alto, elementi del paesaggio. La possibilità di una forma di tradursi in medium differenti è sottolineata da Walks retracing a snowleopard, una serie di collage dove l’immagine di una pelle di leopardo delle nevi trovata durante un viaggio negli altipiani della riserva naturale di Chang Tang, in Tibet, e fotografata in studio, si combina con frammenti di mappe e disegni, a ricostruire i contorni di un paesaggio e di un’esperienza di attraversamento. Quella pelle è per Michael una specie di indice, la chiave d’accesso a un luogo, alla sua storia e al suo mistero.
Anche nel lavoro di Rovaldi la fotografia dialoga con altri medium, precedentemente la scultura e ultimante la scrittura, in forma di lettere spedite e non, che rimangono senza risposta. Come nei due progetti recenti che l’artista espone a Venezia: Mo’dinna Mo’dinna (I wanna go back home), una specie di viaggio di andata e ritorno da una Modena americana, un piccolo villaggio dell’ovest che si trova nel deserto tra Utah e Nevada, alla vera Modena, lungo la famigliare e tuttavia epica via Emilia, dove il passaggio tra i due momenti del viaggio è segnato da una lettera spedita a Vincent, uno dei pochi abitanti rimasti nel villaggio e Notes For a Book (Dear Michael,), esplorazione del perimetro di Manhattan, racconto per immagini (in bianco e nero) di una New York residuale, del tutto sconosciuta, intervallato da lettere con pensieri rivolti a un amico lontano: da Edgecombe a Qumalai, appunto.

Antonio Rovaldi (Parma, 1975) è un artista che vive tra Milano e New York.

Ha studiato arte e fotografia a Milano con Hideyoshi Nagasawa e Mario Cresci.

La sua ricerca si muove intorno a tematiche relative il paesaggio e la percezione dei luoghi attraverso la distanza. La sua pratica è basata sul camminare e sul percorrere lunghe distanze in bicicletta e l’indagine dei luoghi che attraversa ha spesso una relazione con la letteratura. L’utilizzo della scrittura in relazione all’immagine è una costante della sua ricerca.

Lavora principalmente con la fotografia, il video, la scultura e il disegno.

Nel 2009 è stato Artist in Residence agli Iscp di Brooklyn e nel 2006 vincitore del Premio New York alla Columbia University.

Vincitore del Premio Ottella for GAM 2017, tra le sue mostre personali ricordiamo: Museo MAN a Nuoro (Mi è scesa una nuvola, 2015), Monitor-Roma (Orizzonte in Italia, 2013), The Goma in Madrid (Domani pensami in battaglia, 2013), Hirshhorn Museum in Washington DC (The Opening Day, 2012).

Tra le sue recenti collettive: Fondazione Prada (Give Me Yesterday, 2016), Fotografia Europea a Reggio Emilia (La Via Emilia. Strade, viaggi, confini / Nuove esplorazioni, 2016). Nel 2015 ha pubblicato il libro Orizzonte in Italia con Humboldt Books e MAN (2015), frutto del suo lungo viaggio intorno alla penisola italiana e alla Sardegna per fotografare la linea dell’orizzonte.

Sempre nel 2015 ha pubblicato: Detour in Detroit con Francesca Berardi edito da Humboldt Books (2015), which tells the story of one of the 21st century's most fascinating cities through a series of encounters with a variety of people who are building its present and imagining its future.

Ha pubblicato per Les Ceris un libro per l’infanzia ispirato a New York dal titolo New York City Babe, dedica alla città e alla fotografia al tempo stesso.

In questo periodo è impegnato in un complesso progetto che lo vede camminare intorno ai cinque boroughs di New York per raccontare, attraverso la relazione tra immagine e scrittura, i margini della città.

Parallelamente prepara un nuovo viaggio in bicicletta attraverso l’Irlanda dedicato ad un solo colore: il verde.

 

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