Presentazione per la mostra
di Aldo Runfola
Galleria Michela Rizzo - Venezia, novembre 2004
Anche nel mondo trasversale dell’arte a volte occorre misurarsi non solo
con la realtà psicologica o sentimentale delle cose ma con la loro presenza
tangibile e intelligente. Nel lavoro di Aldo Runfola questa presenza è la
conferma che la distanza esistente tra gli uomini e le cose può essere
colmata.
Nell’installazione proposta alla Galleria Michela Rizzo, Runfola intraprende
una perlustrazione che è metodo d’indagine del fare arte. La galleria è il
teatro in cui si svolge l’evento artistico, qui prende corpo un’azione
che è asserzione positiva
tangibile reale in virtù di un racconto che si snoda anche attraverso
l’interazione con lo spettatore. Nessuna dittatura del pubblico, né la
sua morte, ma libero e consapevole dialogo tra l’artista e l’osservatore.
Le pareti sono tappezzate con carta da parati a linee verticali in cui compaiono
simmetrici degli ovali contenenti il profilo di un uomo. Sulla porta della galleria
due neon fluorescenti sono il benvenuto e il commiato per chi entra e chi esce.
"E’ sufficiente entrare o uscire dal teatro che è la galleria
per essere automaticamente soggetto e oggetto della rappresentazione, agente
e agito, interprete e comparsa. Welcome e Gooddby dicono proprio questo”.(A.R.).
Gli oggetti non sillabano alcun metalinguaggio, sono pura diffusione senza alterazione.
Carta da parati e scritte si riconoscono per ciò che sono annullando ogni
irriducibile allontanamento e scarto concettuale. In questo punto sta la differenza
cardinale. Nessuna annessione alla realtà esterna del pensiero. "Ontologica
o allucinatoria che sia c’è coincidenza tra realtà e appresentazione.
Il reale è (la) rappresentazione, la rappresentazione è (il) reale." (Aldo
Runfola).
Sulla carta da parati lo spettatore può, se vuole, applicare un post-it
con i suoi dati anagrafici. Ci troviamo di fronte a una doppia assenza o a una
doppia presenza, in ogni caso un incontro o dialogo che ora potrebbe iniziare.
Il lavoro di Runfola si avvale anche di felici coincidenze: l’immagine
sulla carta da parati è quella di un albanese, la galleria si trova in
Calle degli Albanesi. Una coincidenza, ma anche un lapsus, come se l’opera
si caricasse di significati non premeditati, oltre quelli suggeriti. Se è albanese
l’uomo ritratto dall’artista nel corso di un viaggio in nave, in
uno spazio e un tempo dilatabili a piacere, non sono forse gli spettatori, l’artista
stesso, anche un po’ degli “albanesi”? Le opere, questa è l’impressione,
si presentano con il carattere dell’immediatezza, una nudità talmente
semplice ed essenziale da farle sembrare “vere”. Distanza e aspirazione
all’unità sono pure i temi della proiezione che si tiene nello spazio
adiacente la galleria. Adagetto 2004, secondo di una serie di tre film, ha per
oggetto la musica - gli altri due riguarderanno uno la letteratura, l’altro
la filosofia. La cultura classica tradizionale, in questo caso la musica sinfonica,
si fonde con qualcosa di lontano e diverso, in parte estraneo. Un uomo, un russo
dalle origini vagamente asiatiche, vestito in abiti da cerimonia o da Blues Brothers,
sale un sentiero nel bosco sulle note dell’Adagetto della Quinta sinfonia
di Mahler, colonna sonora di “Morte a Venezia”, film di Luchino Visconti.
Qui la coincidenza è nel carattere cerimoniale della salita - c’è qualcosa
di liturgico nel percorrere il sentiero nel bosco - che viene inconsapevolmente
presagito da Vladimir attraverso la scelta dell’abito.
Con la prima “soggettiva” la musica orchestrale subisce una metamorfosi.
Dal bosco si passa ad un interno. Inquadrato di spalle, il volto riflesso in
uno specchio, l’uomo porta a compimento l’esecuzione del brano. Pochi
minuti di grande tensione fisica e mentale in cui, adattando uno strumento inadeguato,
la fisarmonica, alla complicata partitura di Mahler, il musicista raggiunge una
forma di simbiosi, il territorio neutrale di una possibile convivenza. Questa è la
dialettica, il lato problematico mai irrisolto, sempre consapevole, che è nel
lavoro di Aldo Runfola. Creare uno spazio di riflessione e di incontro è l’operazione
sovrana, estremizzare i termini del confronto fino al punto in cui l’esperienza,
giunta al limite, anziché condurre alla perdita di sé e della propria
identità, sovverte il sistema di regole e instaura un ordine alternativo.
Martina Cavallarin
ottobre 2004 |