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Abdurrahman Öztoprak    
     
Presentazione per la mostra di Abdurrahman Öztoprak
alla Galleria Internazionale d'Arte Moderna, Ca' Pesaro - maggio 2008


Abdurrahman Öztoprak (nato a Istanbul nel 1927) é uno dei primi artisti dell’astrattismo turco. Ha recentemente compiuto 80 anni e continua a lavorare con passione e vigore. La Elgiz Collection di Istanbul, una importante raccolta di arte contemporanea turca e internazionale che conserva molte sue opere di diversi periodi, mostra al Museo di Arte Moderna di Cà Pesaro un gruppo omogeneo di dipinti di Öztoprak, tra cui lavori di grandi dimensioni. Öztoprak nel contesto della cultura visiva presenta vene differenti, di cui le due maggiori sono quella geometrico-astratta, così bene a casa nel contesto della pittura nord-europea e occidentale del Novecento, e quella più fluida e lirica dai toni oscillanti tra ispirazioni derivanti dal mondo organico e da quello spirituale (come nel suo capolavoro Missa Solemnis). Questa seconda modalità del suo dipingere, a nostro parere la più personale ed originale dell’artista, sembra anche quella in cui più compiutamente si realizza la sintesi dei due grandi amori dell’artista, la Pittura e la Musica. Era sempre parso impossibile rappresentare in pittura il mondo sonoro, se non nelle allegorie barocche, affollate di scintillanti strumenti musicali. Le forme fluide, invece di rappresentare linee dinamiche e tensioni energetiche come nell’arte futurista, sembrano per Öztoprak il veicolo ideale per l’indeterminatezza formale e la immaterialità che sono proprie del mondo della musica. Armonia … un termine attribuito alla musica, è un aggettivo appropriato per descrivere la sensazione data dalla contemplazione di questa pittura.
Sono in mostra cinquant’anni di storia personale e artistica maturati nella coerenza e fedeltà alla propria ispirazione. Un lavorare che mantiene la propria freschezza, che si presenta, benchè prodotto sulle linee di un proprio stile, come un gesto sempre sentito, non ripetitivo. La coerenza è data dall’avere saputo capire che la fedeltà ad un medium artistico (nessun medium artistico come la pittura, ha sofferto crisi e caduta di tensione nell’ultimo cinquantennio) lungi da portare a prassi ripetitive e vuote, poteva anzi permettere un approfondimento ricercato attraverso la semplificazione dei mezzi espressivi. Per semplificazione, intendiamo non appiattimento ma uno scavo progressivo. Lo scavo che la grande poesia del Novecento europeo ha saputo fare tra le parole, ricercando ciò che è nel “meno”, scavando fra le parole secondo quella che è stata chiamata dalla critica “l’Arte del Levare”, e così consegnando alla letteratura testi perfetti come quelli dei lirici antichi della Grecia. A questa novecentesca ricerca di essenzialità è da riportare anche la scelta di colori cupi, di per sè poco accattivanti. È forse la rinuncia ad una facile bellezza in cambio di un meraviglioso equilibrio. Colori come accordi musicali, che debbono saper cedere in termini di protagonismo individuale, per potersi concertare in un insieme armonioso.
Le ragioni di questa mostra sono diverse. Öztoprak negli anni cinquanta ricevette dallo stato Turco una borsa per studiare all’Accademia di Belle Arti di Roma. Durante questo soggiorno affronta lo studio dell’affresco, mentre osserva gli sviluppi della pittura contemporanea, nella allora vivace scena romana. Negli anni successivi, ritornato a Istanbul, Öztoprak realizza un grande affresco per una commissione pubblica. Il rappresentare questa esperienze di incontro e di fertilizzazione fra mondi culturali allora totalmente separati è in sè già una ragione per la mostra. Inoltre, presentare questo artista negli spazi di Cà Pesaro è una azione di risarcimento: una riappropriazione da parte del Museo di pagine di una storia dell’arte del Novecento – davvero il secolo di Cà Pesaro, il grande, terribile “secolo breve” – talvolta non documentate nelle sue scintillanti sale. Cà Pesaro, dopo la gloriosa partenza di inizio XXº secolo come “Galleria Internazionale di Arte Moderna” (il primo museo al mondo a fregiarsi con consapevolezza del titolo di “internazionale”) ha accompagnato il cammino della Biennale di Venezia, documentandone spesso le vive connessioni internazionali e acquisendone importanti, oggi impagabili, capolavori. Dai tempi della seconda Guerra Mondiale in poi, invece, questa importante tradizione si è interrotta, creando così una lacuna storica nelle collezioni rappresentate. Infine la mostra è … per Venezia, ancora una volta come luogo di incontro di tragitti mediterranei; centro oggi marginalizzato ma ancora capace di donare, ai beni culturali, una ricostruzione di senso; punto di connessione di discorsi diversi, non più parziali e frammentari. Inserita a fianco dei suoi contemporanei, la presenza di Öztoprak é anche considerata dalla Città come un benvenuto al progetto di mettere in un contesto internazionale la cultura della Turchia, paese ai confini ma non al margine di una Europa oggi troppo tentata di rinchiudersi dentro le proprie bianche mura.
Il ruolo dello scrivente nella preparazione della mostra Alte Figure dello Slancio del Cuore: opere di Abdurrahman Öztoprak al Museo di Arte Moderna di Cà Pesaro non è stato “semplicemente” quello di co-curatore – se mai tale ruolo si possa considerare davvero semplice – ma quello di manager-giocoliere culturale, o forse di mediatore-culturale-organizzativo con deleghe curatoriali o ... insomma, potrei continuare una lista di simili titoli. Tutti comunque ruoli col tratto comune di ”intermedietà”, collegabili a diverse professionalità, insomma ibridi. Come stabilisce una delle prime regole della genetica mendeliana, nell’ibridazione, cioè incrocio tra specie diverse si realizzano alcune potenzialità inespresse di entrambi i genitori, e il risultato porta a quello che si chiama “il rigoglio degli ibridi”. Su di un piano culturale, la posizione di ibrido è insieme evoluzionisticamente promettente, ma adattativamente pericolosa. Dal punto di vista professionale, ancora, questo vantaggio di posizioni “attraverso” è dato dal dono di uno sguardo differente, cioè uno sguardo obliquo, così come offrono competenze professionali applicate in un campo diverso da quello originario, con la risultante di un approccio sempre nuovo, fresco e non convenzionale, che può risultare creativo. Lo sguardo obliquo è uno strumento professionale non riconosciuto … che permette il giudizio critico, che si esercita nel fare, di là dalle convenzioni di moda e di successo. Il manager-giocoliere culturale non è colui il quale ha approfondito il profilo artistico e culturale dell’artista; nè colui che lo colloca nel contesto degli artisti a lui contemporanei e lo incasella al suo posto nella storia della cultura, nè colui il quale ha raccolto le opere per la mostra, scegliendole in modo tale da offrirne una organica presentazione al pubblico. È piuttosto colui il quale tiene o cerca di tenere sotto controllo – tornando all’idea di giocoliere, in pericoloso equilibrio sulla sua testa – le diverse traiettorie vettoriali derivanti dalla organizzazione di trasporti, del catering, del coordinamento della grafica e della immagine, della installazione delle opere, della custodia extra, della produzione dello stendardo e degli inviti, eccetera. Una eterogenea serie di azioni che richiedono competenze professionali differenti, spesso non solo non facili da coordinare, ma in contraddizione fra loro. Il risultato della sua azione è la produzione de “la mostra” come un evento omogeneo, visto da un punto di vista produttivo, ottimistico: e come tale percepibile dal pubblico. Una mostra che presenta lo sguardo obliquo di chi ha desiderato la mostra e l’ha persino sognata; di chi vede l’arte uscire dalle casse del trasporto, di chi la ripensa attraverso i dubbi e la faccia stanca dell’artista; e soprattutto non la congela sulle pagine dei libri di storia dell’arte nè nelle idiote statistiche dei risultati d’asta. Lo stesso presente testo, prodotto “prima”, ma destinato ad essere letto “dopo”, è un deliberato atto di ottimismo e un’ipoteca positiva sul futuro, come il vaticinio augurale scritto sullo scarabeo di maiolica azzurra inserito fra le bende della mummia reale, con amore e con paura affidato all’ignoto, all’incerto futuro.

Vittorio Urbani


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