Presentazione per l'evento"Time
Samples" di
Alison Knowles
Museo Fortuny- Venezia, 12 giugno2006
Il cammino delle diverse arti frequenta di continuo il bilico della soglia.
In questa dimensione borderline, di slittamento non codificato in cui si
aboliscono i confini tra le varie discipline, tra arte e vita, tra arte e
pubblico, si innesta Fluxus. Un’arte ‘non professionale’,
accessibile e divertente, costituita da manifesti, teorie, concerti, happenings
e performances.
Poesia sperimentale, arti visive e musica si intersecano e sconfinano in Fluxus,
movimento nato nel 1962 da un’idea dell’artista lituano George
Maciunas. Sconfinamento dell’atto creativo nel flusso della vita quotidiana,
Fluxus è tutto senza un limite, un assioma che si identifica in nulla
ma è connaturato nelle più variegate espressioni.
Se Alison Knowles afferma che non è ancora matura per rispondere a cosa
sia Fluxus, altri artisti non hanno dubbi sul fatto che Fluxus non vuol dire
niente.
Nella fase iniziale di questo movimento si riconoscono numerosi eventi strettamente
correlati, quali gli Happenings, l’insegnamento liberatorio della musica
sperimentale di John Cage e la lezione dadaista, in particolare di Marcel Duchamp.
Ora, con Fluxus, l’opera d’arte continua a non essere conchiusa
e perfetta ma assolve sempre un’evidenza di processualità. Movimento
artistico di ‘intermedia’, srotola un’azione costante di
autoironia, dissacrazione postesistenzialista e stratificazioni di infinite
sollecitazioni. Virus contagioso nell’ambiente coatto del mondo, Fluxus
si insinua negli eventi performativi per contagiare il pubblico e spingerlo
a partecipare.
In questa dimensione dialettica tra provocazione e ironia si pone l’incontro
tra Alison Knowles e Palazzo Fortuny.
L’evento, della durata di un’ora circa, comprende differenti passaggi.
Il primo è un lavoro della Knowles, non propriamente Fluxus per via
di una maggiore lentezza ma collegato per la costanza del cambiamento, intenta
a vestire Alan Bowmans di ‘pagine sciolte’. L’artista interviene
sull’uomo-fantoccio proponendolo come scultura vivente. La performance
di otto minuti Onion Skin Song, anch’essa più meditativa di quanto
non sia Fluxus, è un’interferenza di rumori provocati da due strati
di carta stropicciati tra i quali la Knowles pressa bucce di cipolla. La dinamica
Fluxus è costituita dagli elementi quotidiani, carta da cucina e un
cibo ‘povero’, dissociati dal loro contesto e riusati per rompere
il silenzio. Altri otto minuti per Shoes of Your Choice: l’artista pone
le sue scarpe su un leggio e parla con loro. Gli spettatori si fanno protagonisti
e rompendo le barriere fanno altrettanto. Si tratta di un susseguirsi di poesia
ed estraniazione, passaggio folle dell’atto creativo dell’arte
che fluttua tra contenuto e ironia. In Trace for Orchestra di Bob Watts, la
Knowles brucia una famosa e popolare partitura musicale. La musica è trasformata
nel crepitio soffuso del fuoco che ne divora tradizioni e convenzioni. Rainbow,
altro tributo all’artista fluxus Ay-O, è un carosello di bolle
di sapone che si espandono nella sala. In Constellation, omaggio all’artista
Dick Higgins, Knowles muove le braccia come fosse un orologio vivente mentre
il pubblico è il metronomo che ne scandisce, con inaspettati e secchi
rumori, il battito.
L’azione prodotta da Alison Knowles è indeterminata, ma mai improvvisata.
Tempo, spazio, oggetti, scansioni e movimenti, persone e artista, tutto è parte
del concerto ‘reomogeneizzato’ e ‘reintonato’ del quotidiano.
Knowles è regista della provocazione contro l’ovvietà degli
accadimenti, artefice di un modo strabico di bucare il banale introducendolo
nel ‘salotto buono’ dell’arte.
L’operazione Fluxus è un’opera aperta, un’interazione
costante tra materiali, oggetti e persone, un modo per uscire dai significati
e stabilire la nostra presenza nel mondo. La volontà di mettersi in
discussione appartiene ed attiene all’intelligenza dell’arte nel
senso di una trasversalità di intenti che riesaminano i processi progettuali,
i nostri schemi e quel continuum culturale che spesso ci ancora ad una limitata
visione del mondo. Fluxus non inventa nulla, ma evidenzia una realtà che
deve solo essere oggettivata e nominata. È un atteggiamento, una normalizzazione
della normalità, un annullamento delle distanze che chiunque nella sala
del Museo Fortuny, accantonando preconcetti ed abbassando le barriere, ha potuto
annusare.
Martina Cavallarin, 2006
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