Martino_Genchi_Bite_Into_The

(to) bite into significa letteralmente “affondare i denti” e “intaccare”, “aggredire”.

Ice Shelf è la piattaforma di ghiaccio galleggiante, altri- menti detta barriera di ghiaccio, che si forma dove un ghiacciaio, in corrispondenza della costa, scivola fin sulla superficie dell’oceano.

Martino Genchi affonda i denti in questa barriera bianca e pura, contenitore di luce, ma anche arida e polare. Affonda i denti per aprirsi un varco e scoprire che sotto quel limite glaciale si conserva, nascosta, la vita, simile e aliena al tempo stesso. Là sotto vive l’unheimlich, il per- turbante, familiare ed estraneo che ci attrae e ci respinge. L’artista raccoglie le creature di questo mondo spettrale e magnifico e le proietta all’interno di un ambiente dove la vista non è più ostruita, restituendocele, come è inevitabile che accada, trasfigurate dal suo sguardo. Sono i Linger, fari di automobile che attraversano lo spazio solidificandolo nella forma di sculture in gesso sintetico. Il loro significato sta nell’uso che l’artista ne fa, ovvero tracce che si dipartono dall’hic et nunc per propagarsi nello spazio- tempo secondo corsi imprevedibili. Non si commetta l’errore di considerare l’hic et nunc un punto di partenza, né un punto di arrivo. Esso non è che il punto di contatto, visibile e dunque conoscibile, un nucleo stabile e in evoluzione che ci permette di leggere il tempo che si è depositato, ghiacciandosi strato dopo strato, e che ce lo restituisce nella forma solida del territorio del nostro presente. Penetriamo nella complessità di questo paesaggio con Drawings, disegni geometrici che l’artista esegue spingendo al limite la capacità di calcolo del suo computer attraverso la moltiplicazione esponenziale del numero di linee. Le opere di Martino Genchi sono emblema di una relazione tra vitalità e astrazione che è in prima istanza informazione sulla costruzione modale dell’identità, definita nel dialogo con l’alterità dell’ambiente, dei modelli e delle costruzioni simboliche.

Come il simile e il dissimile sfumino nell’alterità è trasfigurato nelle Pietre Matrici. Reagendo empaticamente riconosciamo in esse la materia ‘pietra’ prima ancora di sapere che siamo di fronte all’eco scultoreo e astratto di un frammento di esistente. La forma ambigua, estratta da sostanza amorfa, solidificata e levigata, è un reale che conserva una proporzione con ciò che esiste in origine, la pietra matrice custodita al Museo Medievale di Bologna. Il dubbio è lecito, idem o alter? Alter. Quell’alter che, inarrestabile, assume sembianze animalesche quando si innerva nei Timegraft, lastre metalliche fisicamente lega- te allo spazio con dei tiranti e al tempo stesso mantenute in sospensione. Ogni lastra, che appare a prima vista una forma pura, astratta e priva di volume è un dispositivo che contempla e attraverso cui contempliamo il territorio del tempo.

Il dato fondamentale che si ricava parafrasa il nostro legame con l’ambiente, che si esplica nelle azioni del fare e dell’osservare. L’uomo è animato da un irrefrenabile impulso al fare che è spaventoso e affascinante come il mondo sublime che abbiamo costruito. Ogni oggetto prodotto, proprio come ogni opera d’arte, ha vita propria e chiede di essere contemplato oltre che agito. Ogni traccia di Martino Genchi morde. Essa è un’esortazione a farsi osservatori per poter fare la differenza, affondando i denti per aprire un varco e vedere (oltre) la traccia mate- rica dello spazio-tempo.

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