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Dear Michael, from Edgecombe to Qumalai

Michael Hoepfner, Antonio Rovaldi

A cura di Davide Ferri

24.09 – 26.11.2016

 

Dear Michael, from Edgecombe to Qumalai, alla galleria Michela Rizzo, è la seconda occasione in cui Michael Hoepfner e Antonio Rovaldi realizzano una mostra insieme: la prima si era svolta a Prato nel 2010 al Magazzino 1b, aveva un titolo un po’ impronunciabile, Shorakkopoch, e celebrava l’incontro tra i due artisti che si erano conosciuti a New York quando si trovavano in residenza presso l’ISCP. Shorakkopoch era anche il titolo di un lavoro a quattro mani, un video che documentava una lunga camminata che Rovaldi e Hoepfner avevano intrapreso dandosi la mano (uno era bendato, l’altro indossava delle cuffie che gli impedivano di percepire i rumori della città), lungo la Broadway da Wall Street sino all’estremità settentrionale di Manhattan, dove si trova, appunto, Shorakkopoch, che è poi il nome indiano di Inwood Park, un luogo che sulla mappa sembra proprio ciò che quel nome significa, “un angolo tra due spigoli”. La camminata verso Shorakkopoch fu per Antonio e Michael un viaggio a ritroso nel tempo, da un luogo simbolo della città verso la fine della metropoli, un approdo a una dimensione di wildness che entrambi gli artisti, da sempre e in forme diverse, cercano nei loro lavori. In un certo senso Shorakkopoch era per loro l’inizio del paesaggio. Di quella mostra, oltre al video, facevano parte i ‘paesaggi strappati’ di Rovaldi – foto trovate su vecchie riviste e libri illustrati che l’artista strappava e poi ricomponeva con precisione in modo che lo strappo centrale entrasse a far parte dell’immagine – e un grande intervento di Hoepfner, una specie di tenda, realizzata con semplice filo e nastro adesivo, che si espandeva in tutto lo spazio tenendo insieme le opere in mostra che, pur eterogenee, sembravano far parte di un unico racconto. Dear Michael, from Edgecombe to Qumalai è idealmente la prosecuzione di quella mostra e di quella camminata: la ripresa di un dialogo a distanza – le cui estremità sono proprio quei due luoghi lontani indicati nel titolo – e la verifica di nuove possibili convergenze e interessi comuni dopo più di sei anni. Michael Hoepfner da qualche tempo vive a Vienna, ma, con uno zaino, una tenda e qualche taccuino, continua a fare lunghi viaggi a piedi in territori deserti, lontani e di confine (tra Cina e Tibet, e di recente anche nell’Europa mediterranea e balcanica) che sembrano resistere alla globalizzazione o dove sono possibili altre forme di vita antropica. Durante questi viaggi la solitudine di Michael è totale. I viaggi di Antonio Rovaldi, che per lunghi periodi continua a vivere a New York, seguono invece altre traiettorie, da est verso ovest, come a ripercorrere un movimento che ha segnato tutta la cultura americana, o lungo i perimetri di città e territori molto diversi tra loro, come il viaggio in bicicletta su dissestate strade statali e provinciali che lo ha portato da Genova a Trieste seguendo tutto il perimetro della costa italiana (Orizzonte in Italia, 2011-2015). Quel viaggio è diventato una mostra e un libro che reca le immagini di un lungo orizzonte continuo, interrotto da pochi segni e ingombri che raccontano i mutamenti atmosferici e la progressione di un paesaggio che cambia. Anche Hoepfner fotografa orizzonti, sempre molto alti nell’immagine ad escludere il cielo, come per misurare, nella solitudine del deserto, lo spazio di terra compresa tra il suo corpo e un limite irraggiungibile. Di Hoepfner, in mostra a Venezia, non ci sono solo le fotografie: ci sono anche le serie di collage recenti, dove le fotografie si combinano con le mappe piene di note e appunti che accompagnano ogni viaggio, e i disegni, piccole carte su cui tratti e linee possono descrivere tende di popolazioni nomadi, il profilo di catene montuose, l’intersezione di fiumi e corsi d’acqua visti dall’alto, elementi del paesaggio. La possibilità di una forma di tradursi in medium differenti è sottolineata da Walks retracing a snowleopard, una serie di collage dove l’immagine di una pelle di leopardo delle nevi trovata durante un viaggio negli altipiani della riserva naturale di Chang Tang, in Tibet, e fotografata in studio, si combina con frammenti di mappe e disegni, a ricostruire i contorni di un paesaggio e di un’esperienza di attraversamento. Quella pelle è per Michael una specie di indice, la chiave d’accesso a un luogo, alla sua storia e al suo mistero. Anche nel lavoro di Rovaldi la fotografia dialoga con altri medium, precedentemente la scultura e ultimante la scrittura, in forma di lettere spedite e non, che rimangono senza risposta. Come nei due progetti recenti che l’artista espone a Venezia: Mo’dinna Mo’dinna (I wanna go back home), una specie di viaggio di andata e ritorno da una Modena americana, un piccolo villaggio dell’ovest che si trova nel deserto tra Utah e Nevada, alla vera Modena, lungo la famigliare e tuttavia epica via Emilia, dove il passaggio tra i due momenti del viaggio è segnato da una lettera spedita a Vincent, uno dei pochi abitanti rimasti nel villaggio e Notes For a Book (Dear Michael), esplorazione del perimetro di Manhattan, racconto per immagini (in bianco e nero) di una New York residuale, del tutto sconosciuta, intervallato da lettere con pensieri rivolti a un amico lontano: da Edgecombe a Qumalai, appunto.

Davide Ferri